san Rocco Pellegrino e taumaturgo

Nacque a Montpellier (Francia) nel secolo XIV. Le fonti su di lui sono poco precise. Peregrinando per l'Italia centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza ottenendo continue conversione. Sarebbe morto in prigione, il 16 agosto di un anno imprecisato dopo essere stato arrestato da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio. Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse in quanto legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste.

È uno dei santi più invocati contro le pestilenze, ma non dei meglio conosciuti. La leggenda si è impadronita di lui come di tante altre grandi figure del medio evo. Secondo gli studi più recenti egli è nato a Montpellier (Francia), allora della diocesi di Maguelonne (Linguadoca), forse tra il 1345 e il 1377, cioè nel periodo in cui i papi avevano trasferito la loro sede ad Avignone (1309-1377); tra l'Inghilterra e la Francia ardeva la guerra dei Cent'anni (1337-1453); nello Stato Pontificio, dopo l'utopistico sogno dell'ingegnoso tribuno Cola di Rienzo (†1345) di rifare di Roma il caput mundi, l'avveduto ed energico cardinale spagnuolo Egidio Albornoz (†1364), era riuscito con speciali costituzioni a restaurare l'autorità papale su tutti i possedimenti della Chiesa.
Giovanni Rog, console di Montpellier, ebbe il figlio dalla moglie Libera, già avanzata negli anni, dopo ferventi preghiere nel santuario della Madonna delle Tavole. Rocco crebbe nella pietà e nell'amore ai poveri.
Tra i quindici e i vent'anni rimase orfano. Prima di morire, il padre gli aveva raccomandato di servire costantemente il Signore; di usare piamente dell'eredità; di frequentare quei luoghi in cui ci fossero malati da consolare e soccorrere; di essere misericordioso verso i poveri, le vedove e gli orfani. Ai piedi della Vergine, da buon terziario francescano, Rocco concepì un disegno ancora più evangelico: vendere le sue sostanze e distribuirle a chi ne aveva bisogno.
Libero dalle ricchezze che l'opprimevano, dai parenti che lo consideravano un pazzo, volle andare in pellegrinaggio a Roma, la città santa che con le sue memorie apostoliche attirava fin dalla Scandinavia migliaia di romei penitenti e oranti, bramosi di ottenere con le indulgenze la remissione delle pene dovute ai loro peccati. Lungo il percorso i santuari costituirono per Rocco le soste obbligate, desideroso com'era di ascoltare la Messa e fare la comunione. Di giorno camminava a piedi mendicando il pane del pellegrino, protetto da un cappello di feltro a tesa rialzata davanti, un lungo mantello agganciato al collo e ornato di conchiglie, una tonaca rossa stretta alla vita con una cinghia. Di notte, armato di un lungo bastone reggente una zucca vuota, con un sacco di tela ad armacollo, batteva alle porte degli ospizi eretti proprio per i pellegrini stanchi e polverosi alle porte delle città. Da Genova la via per Roma portò Rocco in Toscana. Non è improbabile che a Siena abbia ammirato l'amore di S. Caterina (†1380) per i poveri e i malati, e sia rimasto edificato della vita del B. Giovanni Colombini (†1367), banchiere ed ex-gonfaloniere della città, fondatore dei gesuati.
Ad Acquapendente (Viterbo) Rocco trovò la gente che fuggiva esclamando, pazza di terrore: "La peste, la peste!". "Se tutti fuggono, si domandò il giovane pellegrino, chi assisterà gli appestati?". E, mosso dalla grazia di Dio, volle trasformarsi in infermiere e consolatore dei morenti. Il morbo, così frequente in quei tempi in cui l'igiene era trascurata e la profilassi ancora bambina, si manifestava con un bubbone paonazzo sulle anche o sotto le ascelle. L'appestato veniva assalito subito da una febbre ardente che gli cagionava una sete inestinguibile, stringimento di gola, vomito e spasimi atroci. La sua pelle diventava nera ed emetteva un fetore intollerabile. Infine, il colpito dal morbo spirava tra strane e indescrivibili convulsioni. Per le città colpite non si sentiva più un rintocco di campana, né il padre rimaneva a piangere il figlio, né lo sposo la sposa, né il fratello la sorella, convinti com'erano tutti che la terribile malattia potesse comunicarsi anche solo con l'alito. I cadaveri, seppelliti senza alcuna cerimonia e solennità, sovente venivano dissotterrati dai cani e fatti a brani per le vie. Soltanto qualche cittadino generoso, pochi magistrati intrepidi, restavano per un senso di dovere e di carità ad aiutare i sacerdoti e i religiosi pronti a dare anche la vita per la salvezza di tutti.
Rocco negli ospedali e nelle case non temette di esporre la sua giovinezza per amore dei fratelli, confortato dalle parole evangeliche che sovente meditava: "Quanto faceste a uno di questi miei fratelli, i più piccoli, lo faceste a me" (Mt. 25, 40). Dio ricompensò la sua sviscerata carità con il dono delle guarigioni. E tradizione che il santo, tracciando sulla fronte dell'appestato il segno della croce mettesse in fuga il demonio della peste con la preghiera: "Dio ti distrugga fin dalle radici, ti strappi, ti faccia emigrare dalla casa che possiedi e ti cancelli dalla terra dei viventi in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen". A coloro che guariva, raccomandava: "Fate penitenza, perché i peccati sono la causa delle malattie e dei castighi di Dio".
Appena Rocco si accorse che gli abitanti di Acquapendente volevano dargli una dimostrazione di gratitudine per le cure prestate agli appestati, uscì nascostamente dalla città e riprese il suo pellegrinaggio. Strada facendo seppe che a Cesena (Forlì), al di là dell'Appennino, la peste infieriva mortalmente. Allungò allora il passo per giungere nel minor tempo possibile a curare i sofferenti, confortare i piangenti, rassicurare i timidi, ammansire gl'iracondi, disporre agli ultimi sacramenti i moribondi, infondere fiducia ai superstiti. Neppure di notte Rocco interruppe il suo lavoro. Sembrò che il contagio fuggisse dinanzi a lui perché in pochi giorni la peste fu vinta. Scoppiata nella vicina Rimini, dominata dai Malatesta, Rocco non esitò un istante ad accorrervi. Vide le grandi fosse del cimitero rigurgitare di cadaveri immersi nella calce viva; i medici impotenti a debellare il contagio; poche donne pietose chine sulle ulcere putrefatte; uno sparuto gruppetto di chierici accanto ai morenti. Anche Rocco passò per ospedali e case a ripulire, medicare e fasciare bubboni purulenti senza mai dare segno di disgusto o stanchezza, pregare e risanare con un semplice segno di croce, insegnare a ben morire.
Come ad Acquapendente e a Cesena, anche a Rimini la morte fuggì dinanzi a lui. Gli fu perciò possibile riprendere il cammino alla volta di Roma con la bisaccia in spalla nella quale custodiva i documenti personali, il pane e il poco denaro. Quando, proveniente da Assisi, dove aveva rivissuto la vita dell'Araldo del Gran Re, ai suoi occhi apparve "la grande Madre" dei credenti, Rocco s'inginocchiò nella polvere, la baciò, congiunse le mani e poi sospirò con gli altri compagni di pellegrinaggio: "O Roma, nobile signora del mondo, eccellentissima fra le città, rossa del sangue purpureo dei martiri, candida per i bianchi gigli dei vergini, per tutte queste cose ti salutiamo e benediciamo!".
"Per la lontananza del papa da Roma, attesta Francesco Petrarca (†1374), le chiese erano così rovinate e deserte che a San Pietro e al Laterano greggi pascevano l'erba fino all'altare. Molti templi erano senza tetto, altri stavano crollando". Ciononostante, Rocco su quel vasto campo di macerie vedeva splendere radiosa la croce di Cristo, scorrere il sangue dei martiri, passare processioni di pellegrini in preghiera. Avendo stabilito di fermarsi a Roma a lungo, si ritiene che abbia fissato la sua dimora nell'ospedale di Santo Spirito, affidato da Innocenze III nel 1204 ai Monaci di Guido di Montpellier. Grato al Signore per la razione di pane e vino che riceveva in carità, il Santo riempiva le sue giornate con opere di pietà e visite alle chiese.
I Frati Ospitalieri non tardarono a considerarlo uno di loro tanto eccelleva nel disinteressato servizio dei malati, specialmente quando anche a Roma imperversò la peste e l'ospedale di Santo Spirito fu il primo ad accogliere i colpiti dal flagello.
Uno dei pochissimi cardinali rimasti a Roma, del paese di Angera (Lago Maggiore), rimase edificato dello zelo e dell'amorevolezza con cui Rocco assisteva gli appestati. Colpito egli stesso dal morbo, fu assistito, curato e guarito dal santo pellegrino. Un giorno lo volle presentare al sommo pontefice in segno di riconoscenza e stima. Sappiamo difatti che il B. Urbano V (†1370) si era deciso di trasferirsi da Avignone a Roma in seguito alle suppliche dei romani e dei pressanti appelli di Francesco Petrarca e Santa Caterina da Siena, ma che col pretesto della malaria aveva preferito dopo alcuni anni ritornare ad Avignone.
Rocco rimase a Roma tre anni, e la riempì di preghiere e di tante opere di misericordia corporale e spirituale portando l'abito e la croce della Fratellanza Trinitaria. Poi se ne ripartì segretamente com'era arrivato, dopo aver recitato il Credo sulla tomba di S. Pietro e baciato l'arena del Colosseo. Pregando e mendicando in spirito di penitenza di porta in porta il vitto quotidiano, rifece la strada già percorsa fino a Rimini, dove imboccò la via Emilia per raggiungere Piacenza, dove infuriava la peste. Un ospedale sorgeva vicino alla chiesa della Madonna del Parto. Rocco vi si stabilì per far giungere a tutti il soffio vivificatore della sua carità, penetrare nella capanne dei contadini, nei tuguri dei poveri, nei covili degli accattoni e sanare i sofferenti con il segno di croce in fronte.
È tradizione che il santo abbia offerto a Dio la vita per ottenere a Piacenza la liberazione dalla peste nera. La sua preghiera fu esaudita. Colpito dal male, per non essere di peso a nessuno, un giorno si rifugiò in aperta campagna. Nella capanna che si costruì fu scoperto dal cane di un cacciatore, il nobile Gottardo Pallastrelli, signore del vicino castello di Sarmato. Il cane gli divenne subito tanto amico che ogni giorno gli portò un pane da lui addentato, nel momento più propizio, sulla mensa del ricco padrone. Questi un giorno si accorse del gesto del suo cane, lo seguì nel bosco e con sua grande meraviglia costatò che la Provvidenza se ne serviva per sfamare il taumaturgo. Alle esortazioni di Rocco, Gottardo rinunciò alla sua vita egoista e fastosa per abbracciare la povertà e vivere in solitudine.
Un giorno, dopo tanto patire, spinto forse dal desiderio di ritornare in patria, Rocco domandò insistentemente al Signore la guarigione del suo male. Un angelo gli apparve e gli disse: "Dio ha esaudito la tua preghiera. Ora ritorna in patria, ove subirai un'altra prova per amore di Dio, poi verrai in paradiso". Il cardinale di Angera gli aveva affidato una segreta missione. Recandovisi, passò per Novara colpita dalla peste. Vi si trattenne a curare i malati e quando giunse a destinazione fu arrestato come spia e gettato in una tetra prigione nella quale morì dopo cinque anni. Il nome del pellegrino sarebbe stato trovato scritto a lettere d'oro da un angelo sopra una tavoletta posta accanto al suo corpo. Secondo un'altra tradizione Rocco avrebbe raggiunto la sua patria, e come spia sarebbe stato condannato al carcere nel quale morì.
Non consta che S. Rocco sia stato canonizzato, benché Sisto V avesse in animo di farlo. Urbano Vili concesse nel 1629 per le chiese erette in suo onore un po' ovunque l'ufficio e la messa propri. In Italia il culto di questo santo protettore degli appestati prese uno straordinario sviluppo nella seconda metà del secolo XV in occasione di violente pestilenze. Nel 1485 le sue reliquie furono misteriosamente traslate a Venezia dove, nel secolo XVI, sorsero la chiesa e la sontuosa scuola di S. Rocco famosa per i vigorosi quadri del Tintoretto.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 166-171
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