san Massimiliano Maria Kolbe Sacerdote e martire

Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell'ordine dei francescani e svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia. Nel 1941 è deportato ad Auschwitz dove offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria». Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo».

Colui che è stato definito il cavaliere, l'apostolo, il folle di Maria Immacolata nacque a Zdunska-Wola, in quel di Lòdz (Polonia) il 7-1-1894, terzogenito dei cinque figli che Giulio (†1914), umile tessitore, ebbe da Maria Dabrowska (†1946), modello di sposa e di madre. Il piccino, che al fonte battesimale ricevette il nome Raimondo, crebbe tanto amorevole e mite che i compagni gli affibbiarono il nomignolo di "marmellata". Frequentò le scuole elementari nel vicino villaggio di Pabianice, dove i genitori si erano trasferiti per migliorare le proprie condizioni economiche.
Nei processi canonici depose di lui la mamma: "Era un ragazzo molto vivo, svelto, e un tantino dispettoso, ma tra i miei figli il più ubbidiente. Ebbi in lui un vero aiuto, quando con mio marito mi recavo al lavoro. Raimondo pensava alla cucina, rendeva uno specchio la casa sbrigandone le faccende. Egli si distingueva dai suoi tre fratelli persino nel ricevere il castigo per qualche leggera scappatella. Portava sempre da sé il bastone della punizione e, senza esitare, si prostrava sulla panca e poi, ricevuto il castigo, ringraziava noi genitori e imperturbato rimetteva il bastone al suo posto".
La mamma, fin dall'infanzia del figlio, sapeva che un giorno sarebbe stato martire. Scrisse difatti ai Conventuali a due mesi dalla morte di lui: "Una volta non mi era piaciuto in lui qualcosa, e gli dissi: "Raimonduccio, chi sa che cosa sarà di te". Dopo non ci pensai più, ma osservai che il bambino cambiò in modo da non potersi riconoscere. Avevamo un piccolo altare nascosto, presso il quale si recava a pregare senza farsene accorgere. In generale si mostrava al di sopra della sua età infantile per il comportamento, essendo sempre raccolto, serio, e quando pregava piangeva.
"Mi preoccupavo se non fosse, per caso. malato, e quindi gli domandai: 'Che cosa succede in te? Devi raccontare ogni cosa alla tua mammina...'. Tremante per l'emozione e con le lacrime agli occhi mi disse: 'Quando, mamma, mi rimproverasti, pregai molto la Madonna di dirmi cosa sarebbe stato di me. In seguito, trovandomi in chiesa, la pregai nuovamente. Allora Ella mi è apparsa, tenendo nelle mani due corone; una bianca e l'altra rossa. Mi guardava con affetto e mi chiese se volevo quelle due corone. La bianca significava che avrei perseverato nella purezza, e la rossa che sarei stato un martire. Risposi che le accettavo... Allora la Madonna mi guardò dolcemente e scomparve".
A tredici anni il Kolbe entrò nel collegio che i Minori Conventuali avevano aperto da poco a Leopoli (1907). Un condiscepolo testimoniò del Santo: "Era diligente e coscienzioso nell'adempimento dei propri doveri, dotato in modo speciale per la matematica. Ubbidiente ai superiori, era anche con i compagni servizievole, cortese, allegro. Di carattere equilibrato, compiva le pratiche religiose con raccoglimento e unzione, ma senza singolarità". Eppure, alla vigilia della vestizione religiosa e del noviziato, tormentato da scrupoli e allettato dalla carriera militare, fu sul punto di ritornare nel mondo. La mamma giunse in tempo a disingannarlo.
Raimondo, divenuto Fra Massimiliano, un anno dopo la professione religiosa fu inviato a Roma (1912), nel Collegio Serafico Internazionale, perché si laureasse in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana, e in teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica annessa al Collegio internazionale dell'Ordine. Il P. Giuseppe Pai, che visse sei anni con lui, testimoniò: "Mi sono persuaso ch'egli era veramente un santo nel senso preciso del termine. Egli era umile e mite in tutto e con tutti anche nei più duri momenti... La sua castità era illibata, e protetta da una profonda modestia... L'amore dei fratelli aveva in lui un'impronta veramente evangelica. Quando il discorso cadeva sulla deficiente osservanza regolare, egli m'invitava a pregare con lui per i trasgressori... L'amore a Gesù sacramentato toccava le intime fibre del suo cuore. S'era iscritto all'Arciconfraternita del SS. Sacramento delle Figlio del Cuore di Gesù fuori Porta Pia. Visitava ogni ora Gesù Sacramentato... Per la Madonna aveva una devozione sincera e filiale. Durante il passeggio mi esortava a recitare con lui il rosario ed altre preghiere... Alla Madonna egli dava sempre il dolce nome di Mamma mia... Mai in vita mia ho incontrato una persona che abbia amato la Madonna più del Kolbe. Era un vero figlio di Maria".
Anche il P. Stefano Ignudi, per due volte rettore del Collegio Internazionale dell'Ordine, lo ebbe in conto di ''santo giovane". Sotto la sua guida crebbe nell'ardore apostolico con i sei più intimi compagni, e fondò il 16-10-1917, a tre giorni dall'ultima apparizione della Madonna del Rosario a Fatima, l'associazione della Milizia di Maria Immacolata per la conversione dei peccatori, specialmente dei massoni, e la santificazione degli ascritti. In principio i superiori pare che si fossero limitati a vedere nell'operato del Kolbe soltanto un proposito di più intensa pietà mariana, in seguito l'appoggiarono. Nel 1922 l'associazione fu eretta in "Pia unione" dal cardinale Vicario, Basilio Pompili, e nel 1927 elevata a "Primaria" da Pio XI con un piano di azione ben definito.
Durante gli studi il Kolbe fu sempre malaticcio e sovente tormentato da forti emicranie. Dopo l'ordinazione sacerdotale (1918), fu destinato a fare scuola di storia ecclesiastica nel convento di Cracovia, ma dopo pochi mesi fu colpito dalla tisi e internato nell'ospedale della città. Rimessosi alquanto, cominciò il suo apostolato mariano arruolando sei chierici con il loro maestro P. Keller nel libro della Milizia e ottenendo da Mons. Sapieha, arcivescovo della città, il permesso di stamparne gli statuti. Dopo la prima seduta inaugurale di militi arruolati tra i fedeli (11-1-1920), il P. Massimiliano dovette essere ricoverato nel sanatorio di Zakopane. Approfittò della sua inazione per compilare un opuscolo divulgativo sulla Pia Unione e avvicinare a Dio con la preghiera e l'esortazione tanti ebrei, protestanti e cattolici.
Ostacolato da mille difficoltà nell'attuazione dei suoi disegni, 1'8-12-1920 il santo scrisse al fratello Alfonso, che si preparava anche lui alla vita religiosa: "Quanto alla Milizia siamo nelle mani dell'Immacolata. Dobbiamo quindi fare quanto Ella desidera, e ciò che viene indicato dall'ubbidienza... Guardiamoci di non fare nella Milizia più di quanto l'ubbidienza permette, perché allora non agiremo come strumenti dell'Immacolata. Maria SS. faccia ciò che vuole e quanto a Lei piace, perché io sono sua proprietà, e a sua piena disposizione".
Verso il Natale del 1921 il P. Kolbe ritornò a Cracovia con il desiderio di "essere santo e grande santo", e con il proposito di considerarsi "una cosa esclusiva, incondizionata, assoluta, irrevocabile dell'Immacolata". Dopo circa un mese iniziò la pubblicazione della rivista Il Cavaliere dell'Immacolata per mantenere il contatto con i circoli e gli associati della Milizia e portare le anime a Dio. Il Padre Provinciale gli permise di darsi a quell'attività pur sapendo quanto fosse precaria la sua salute, e quanto scarsa la sua esperienza nel campo editoriale, a condizione però che la responsabilità finanziaria gravasse unicamente sopra di lui. Che fare per saldare il debito contratto con la stampa del primo numero? Pensò di ricorrere alla questua di porta in porta, ma non riuscì a vincere l'istintivo senso dell'umiliazione personale. Perché l'iniziativa non morisse sul nascere, P. Kolbe si recò in chiesa a esporre alla Madonna Addolorata le sue ambasce. Al termine della preghiera, mentre si apprestava a ritornare alle proprie occupazioni, scorse sull'altare un plico con la scritta: "Per te, Madre Immacolata". Lo aprì, e con grande sua consolazione, vi trovò la somma corrispondente al suo debito.
Il P. Kolbe era un organizzatore nato e un esperto conoscitore delle necessità dei tempi. In principio non tutti lo capirono, ma in pochi anni egli riuscì a conquistare la fiducia dei superiori, anche se presentava alla loro approvazione programmi sempre più vasti, e dei confratelli, anche se richiedeva loro sacrifici non indifferenti. Il Cavaliere, nonostante la deficiente redazione, al sesto numero aveva già raggiunto la tiratura di 50.000 esemplari. S. Massimiliano decise allora di acquistare una tipografia per il convento, affinchè la rivista diventasse interamente frutto intellettuale e materiale dei Militi dell'Immacolata.
Nell'autunno del 1922 la sede della Milizia fu trasferita con il suo direttore, il P. Kolbe, nel convento di Grodno, trasformato in tipografia, in cui diciassette fratelli laici attendevano alla composizione e alla stampa del Cavaliere e di Fiaccola Serafica, organo del Terz'Ordine Francescano. Sotto il peso di tante fatiche il fondatore cadde di nuovo malato e per quindici mesi fu costretto a restarsene inoperoso nel sanatorio di Zakopane. P. Alfonso Kolbe (†1930), ordinato sacerdote da poco fu chiamato a sostituirlo nel lavoro di direzione. Molti temevano che, con la lontananza del P. Massimiliano, Il Cavaliere si avviasse all'insuccesso, invece moltiplicò talmente la tiratura che i vasti locali del convento divennero troppo angusti per ospitare il complesso tipografico.
Allora qualche confratello cominciò ad insinuare che si poteva fare assegnamento sull'edizione del Cavaliere come su di una sicura fonte di entrata per tutti i conventi della Provincia, ma il P. Kolbe reagì immediatamente. Scrisse difatti al fratello il 3-11-1926: "Io stesso mi meraviglio che, malgrado la mia ignoranza, le mie debolezze e miserie e tante difficoltà, Il Cavaliere esista ancora e si propaghi più che qualsiasi altro giornale religioso. Più volte, fermo davanti a tante macchine, mi sono domandato: "Donde e perché tutto questo?" La risposta è stata sempre la stessa: L'Immacolata! Ella dimostra che può e vuole fare. Quanto maggiore l'incapacità, quanto più numerose le contrarietà, tanto più si dimostra ch'Ella fa tutto. In questo franco riconoscimento sta tutta la ragione della nostra attività editoriale... Altra cosa più importante: che il fine di questa pubblicazione è di attirare e conquistare al regno dell'Immacolata tutto il mondo, le anime presenti e future, e mai il maledetto guadagno". E si augurava che la maledizione di S. Francesco scendesse sopra l'opera e la distruggesse piuttosto di vederla "assicurare quieto vivere ai religiosi". Perché neppure la più piccola offerta venisse indirizzata ad un fine diverso da quello della Milizia, durante i rigori dell'inverno i locali della tipografia non venivano riscaldati e S. Massimiliano non desisteva dall'esortare i confratelli a sacrificare all'Immacolata l'abitudine di fumare e di bere acquavite.
Nel 1927 il P. Kolbe, uscito dal sanatorio, ottenne in dono dal principe Giovanni Drucki-Lubecki cinque ettari di terreno nei pressi della stazione di Szymanów a 42 chilometri da Varsavia. Colà egli fece sorgere in legno una quindicina di padiglioni che denominò Città dell'Immacolata o Niepokalanów. A poco a poco essa divenne centro della redazione, stampa e propaganda di sette riviste, la più diffusa delle quali era Il Cavaliere con 750.000 copie, e di un quotidiano, Il Piccolo giornale, con una tiratura di 150.000 copie. Confessò il P. Floriano Koziura: "Io stesso, quando venni trasferito stabilmente a Niepokalanów, non fui in grado per alcuni giorni né di mangiare, né di dormire per il timore che quest'opera si disgregasse per il suo stesso impeto. In seguito però mi abituai talmente al modo insolito con cui operava S. Massimiliano che, alla pari di tutti, seguivo quest'impeto in avanti. Il P. Kolbe, pressato da difficoltà che sembravano insormontabili, esclamava ripetute volte: "Ah! Come farò?!". Ma dopo un istante si dominava e diceva con un sorriso: "In fondo di che preoccuparsi? Che la Madonna ci pensi. Io lavorerò".
Il santo aveva voluto che il SS. Sacramento costituisse il centro della sua città, e che i religiosi a turno si avvicendassero giorno e notte ad adorarlo. Niepokalanów poté così vincere opposizioni, gelosie, boicottaggi di massoni e acattolici, godere la fiducia dell'episcopato polacco e moltiplicare in modo straordinario le vocazioni alla vita religiosa. Allorché P. Massimiliano, sacerdote novello, tornò in patria, la provincia polacca dei Minori Conventuali contava poco più di un centinaio di religiosi. La sua Città dell'Immacolata nel giro di pochi anni divenne la comunità più numerosa del mondo. Difatti nel 1939 contava 13 sacerdoti, 18 chierici professi, 527 fratelli laici e 204 aspiranti alla vita francescana. Il fondatore faceva dipendere lo sviluppo dell'Opera dalla santificazione dei membri. Sua parola d'ordine era: "Per l'Immacolata al Cuore Sacratissimo di Gesù".
Fin dal tempo degli studi fatti a Roma S. Massimiliano aveva accarezzato ideali di vita missionaria tra i pagani dell'Estremo Oriente. Nel 1930, in risposta ai ripetuti appelli rivolti al mondo da Pio XI a favore delle missioni, egli si recò a Roma per esporre al superiore generale, il P. Alfonso Orlini, il desiderio che aveva di erigere un'altra Niepokalanów tra i pagani. Nel nome dell'ubbidienza e dell'Immacolata partì alla volta del Giappone con cinque confratelli. A Nagasaki trovò protezione e aiuto in Mons. Hayasaka, ex-alunno di Propaganda Fede, che gli affidò per due mesi la scuola di filosofia ai suoi seminaristi e gli concesse il permesso di stampare in giapponese Il Cavaliere.
A pochi giorni dal suo arrivo in città, un ricco cattolico fece dono al missionario di una moderna tipografia. Questi ne approfittò subito per scrivere in latino tutti gli articoli del primo numero e farli tradurre dai suoi alunni di filosofia. A poco meno di un mese dal suo arrivo in Giappone il santo poté così tirare 10.000 esemplari della rivista mariana. La casetta che ospitò le prime macchine tipografiche manovrate a mano, le brande per il riposo, l'improvvisata cucina all'aperto ed un angolo per il lavoro redazionale, mentre richiamavano alla mente di P. Massimiliano il convento di Grodno, che si compiaceva di chiamare "l'arnia dell'Immacolata", lo sollecitavano a costruire con gli aiuti che gli giungevano dalla provincia polacca una dimora più funzionale nella periferia della città.
La chiamò Mugenzai No Sono, cioè Giardino dell'Immacolata, e divenne una copia di Niepokalanów con proprio seminario indigeno e noviziato.
Nei primi tre anni di vita missionaria il P. Kolbe ebbe molto da soffrire da parte del clima che gli cagionava continue foruncolosi; da parte di certi confratelli i quali lo contrariavano nella sua non ordinaria attività e lo accusavano presso i superiori maggiori persino di mirare alla fondazione di un nuovo ordine; da parte della malattia che gli cagionava talora febbri altissime. I medici non riuscivano a spiegarsi come facesse a svolgere tanto lavoro con le sole sue forze. Essi non immaginavano che egli era tenuto in piedi da un vivissimo amore alla Madre di Dio. Scriveva difatti in data 29-4-1931 al P. Floriano: "In Niepokalanów viviamo di una volontaria ed amatissima idea fissa, se qualcuno così vorrà chiamarla: l'Immacolata! Per Lei viviamo, lavoriamo, soffriamo e vogliamo morire. Desideriamo con tutta la nostra anima, con tutti i mezzi e ritrovati, che questa idea fissa sia accettata da tutti i cuori". Dio lo ricompensò di tanto zelo e di tanto patire dandogli l'assicurazione del paradiso, come egli stesso confiderà più tardi ai confratelli.
Nel capitolo provinciale tenuto a Cracovia nel 1933, il P. Kolbe fu rimandato in Giappone non più come superiore, ma come suddito, con l'incarico dell'insegnamento in quel collegio e della redazione del Cavaliere in giapponese. Come direttore generale della Milizia di Maria Immacolata egli si augurava che in ciascuna nazione sorgesse una Niepokalanów per mezzo della quale Maria SS. fosse fatta regnare in tutti i cuori anche "con i ritrovati più moderni". Per le sue frequenti emottisi provocate dal clima umido di Nagasaki, nel capitolo provinciale del 1936 P. Kolbe fu fatto superiore di Niepokalanów con grande soddisfazione di tutta la comunità perché ovunque passava, egli seminava la pace, dissipava i dubbi e infondeva coraggio.
Sotto la guida del P. Kolbe Niepokalanów raggiunse il suo splendore e con Il Cavaliere che salì quasi a un milione di copie, e il quotidiano Il Piccolo giornale divenne il faro spirituale della Polonia. Ogni anno arrivavano alla direzione mezzo milione di lettere e perché a ciascuna fosse data una risposta conveniente il fondatore istituì un apposito ufficio. Tuttavia, negli ultimi cinque anni di vita, P. Kolbe si dedicò particolarmente all'educazione dei suoi figli spirituali. Con quali frutti?
Il superiore generale, P. Beda Hess (†1953), visitò la Città dell'Immacolata e attestò: "Potei costatare con i miei occhi come fosse vero che a Niepokalanów splendessero spirito veramente francescano, devozione fervorosa all'Immacolata, grande zelo, massima povertà e somma semplicità. Tra i frati era intenso lo spirito della carità, regnava grande concordia e sui loro volti si notava una serena letizia francescana".
Verso la fine del 1930 P. Kolbe, di ritorno dalla Polonia in Giappone, via Siberia, sostò quattro giorni a Mosca. Ardeva infatti dal desiderio d'iniziare l'edizione del Cavaliere anche in lingua russa, ma la situazione politica non glielo permise. Anziché scoraggiarsi continuò ad esortare i suoi più diretti collaboratori a preparare tutto il materiale idoneo per una futura propaganda della Milizia in Russia. Nel corso della conferenza che tenne nel febbraio del 1937 a Roma in occasione del ventennale della fondazione della Milizia, affermò con tono profetico: "Non crediamo né lontano, né un puro sogno l'avvento del giorno grandioso in cui la statua dell'Immacolata troneggerà per opera dei suoi militi nel cuore stesso di Mosca!".
Il 1-9-1939, la guerra tedesco-polacca disperse la comunità di Niepokalanów. P. Kolbe disse ai confratelli che si recavano in conventi più sicuri o in famiglia: "Addio, cari figli! Io a questa guerra non sopravvivrò!". Per volontà del Provinciale, egli, con una cinquantina di religiosi, non abbandonò il posto, ma il 19 settembre fu deportato in campi di concentramento. Dopo tre mesi di patimenti serenamente sopportati per amore dell'Immacolata gli fu concesso di ritornare a Niepokalanów, ma il 17-2-1941 la Gestapo lo arrestò di nuovo con altri quattro confratelli e lo rinchiuse nella prigione di Varsavia. L'abito religioso che indossava suscitò le ire di un dirigente nazista. Un giorno, entrato nella sua cella, vedendo il crocifisso che portava indosso, glielo afferrò e tirandolo a strattoni, gli gridò per tre volte successive: "E tu credi in questo?". P. Massimiliano, con la massima calma, a costo di prendersi ogni volta in faccia un paio di ceffoni, gli rispose: "Credo e come!".
Nelle carceri di Varsavia il P. Kolbe rimase tre mesi e mezzo perché si era ammalato di polmonite. Il 28-5-1941 fu trasferito con altri 320 prigionieri nel campo di Oswiecim, nella Polonia meridionale, capace di contenere 200.000 uomini. Per alcuni giorni fu addetto, lui così esile, a tirare carri di ghiaia e di sassi per la costruzione di un muro attorno al forno crematorio, e per due settimane a tagliare legna con cui recingere terreni paludosi. I suoi aguzzini gli caricavano sulle spalle pesi esorbitanti e se aveva l'ardire di riposarsi lungo la strada sassosa e piena di buche, lo percuotevano con i fucili e i bastoni. I compagni sacerdoti, vedendolo barcollare e sanguinare sotto il carico, gli offrivano il loro aiuto, ma egli rispondeva: "Non vi esponete a ricevere anche voi dei colpi.
L'Immacolata mi aiuta... farò da solo".
Un giorno il feroce capo-reparto del blocco gli caricò sulle spalle pesantissimi tronchi e gli ordinò di correre. Il prigioniero si sforzò di ubbidire, ma cadde a terra sfinito. Il dirigente dei lavori lo prese allora a calci in faccia e sul ventre e lo bastonò gridando: "Non hai voglia di lavorare, infingardo! Ti farò vedere io che cosa vuol dire lavoro!". Durante il rancio gli ordinò di stendersi sopra un tronco; comandò quindi ad un subalterno nerboruto di somministrargli cinquanta colpi. Il prigioniero, svenuto, fu gettato nel fango e coperto con delle fascine. Quando rinvenne, per esaurimento e polmonite dovette essere ricoverato nell'ospedale del campo.
Il P. Kolbe per tre settimane sopportò le lividure e la febbre con tanta serenità di spirito e conformità al volere di Dio da destare la meraviglia nei medici e negli infermieri. Sovente lo udivano esclamare: "Per Gesù Cristo sono pronto a soffrire ancora di più. L'Immacolata è con me, e mi aiuta!". Ai morti che portavano via egli impartiva la benedizione e l'assoluzione sotto condizione. Agli ammalati teneva conferenze sulla Madonna e faceva dire le preghiere in comune. Tra di loro era diventato tanto popolare che lo chiamavano "il nostro piccolo padre". Col favore delle tenebre i carcerati si recavano strisciando fino a lui per confessarsi o ricevere una parola di conforto.
Dall'ospedale il P. Kolbe passò al blocco degli invalidi perché ancora febbricitante. Vi rimase però soltanto alcune settimane, sempre dedito di nascosto al ministero sacerdotale, poiché, nonostante la protezione di un amico polacco, dovette passare al blocco N. 14, occupato dagli addetti ai lavori agricoli. Era qui che l'Immacolata, dopo avergli dato la corona dell'innocenza, gli teneva in serbo anche quella del martirio.
Dopo alcuni giorni dal suo arrivo nel blocco N. 14, il terrore invase l'anima dei detenuti. Uno degli addetti ai lavori agricoli era fuggito, e secondo la legge vigente nel campo, dieci uomini dello stesso blocco dovevano essere condannati a morire di fame e di sete nel sotterraneo della morte. Chi può descrivere lo stato d'animo dei prigionieri, mandati a dormire senza cena, nell'angosciosa attesa della decimazione? Il giorno seguente gli uomini del blocco N. 14, dopo l'appello del mattino, disposti in dieci file, furono lasciati sotto i roventi raggi del sole fino al tramonto, quando cioè gli altri prigionieri tornavano dal lavoro.
Alla presenza di costoro il colonnello Fritsch, comandante del campo, fece mettere sull'attenti gli uomini del blocco N. 14, poi con voce tagliente sentenziò: "Poiché il prigioniero fuggito ieri non è stato ancora ritrovato, dieci di voi andranno alla morte!". E passò a segnare con un cenno della mano in ogni fila il morituro. Tra i prescelti ci fu il sergente Francesco Gajowniczeck. Uscendo di fila egli non riuscì a soffocare un grido di dolore per la moglie e i figli che non avrebbe più riveduti. Massimiliano, a poca distanza da lui, sentì per lo sventurato un'immensa pena. Senza un attimo di esitazione uscì anche lui di fila, e andò a mettersi sull'attenti davanti al comandante che, sorpreso, gli domandò: "Che cosa vuole questo porco polacco?". Gli rispose il cavaliere dell'Immacolata indicando il sergente: "Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano, voglio prendere il suo posto, perché egli ha moglie e figli". Dopo un istante di esitazione, il comandante disse: "Accetto". E fece cenno al sergente Gajowniczeck di ritornare alla propria fila. Il sacrificio del P. Kolbe destò una grande impressione fra tutti i prigionieri perché nel campo molto raramente si riscontravano manifestazioni di amore del prossimo.
I dieci condannati a morte furono spogliati dei loro abiti e gettati nella cella della morte. Nel chiudere la porta i guardiani dissero sghignazzando: "Vi seccherete come tulipani". E da quel giorno agl'infelici non diedero più da mangiare. Ogni giorno essi facevano la visita alla cella e ordinavano che fossero portati via coloro che durante la notte erano morti di inedia. Se qualche infelice osava avvicinarsi alla porta per implorare piangendo un pezzo di pane e un po' di acqua, veniva preso a calci nel ventre o fucilato all'istante. L'unico che non chiedeva e non si lamentava mai di nulla era il P. Kolbe. Le guardie stesse dicevano di lui con rispetto: "Questo sacerdote è proprio un galantuomo. Finora uno simile qui non l'abbiamo avuto". Per impedire ai suoi compagni di sventura che cadessero nella disperazione, ogni giorno recitava con loro ad alta voce il rosario e altre preghiere o cantava inni religiosi ai quali si associavano anche i prigionieri delle altre celle.
Al termine della terza settimana nel sotterraneo della morte erano ancora vivi quattro prigionieri, tra cui il P. Kolbe. Occorrendo la cella per altre vittime, il 14-8-1941 le autorità ordinarono che fossero praticate loro iniezioni endovenose di fenolo al braccio sinistro. Il P. Kolbe con la preghiera su labbro porse da sé il braccio al dirigente della sala degli infermi. Il martire si accasciò al suolo, ma rimase seduto contro il muro, con gli occhi aperti, concentrati in un punto, e la testa china sul fianco sinistro. Nel volto era rimasto sereno e raggiante e pulitissimo nel corpo, a differenza degli altri. Il giorno dopo, festa dell'Assunta, fu portato in un feretro al forno crematorio.
Oggi, nel mondo, gli iscritti alla Milizia di Maria Immacolata sono circa tre milioni. Il merito va attribuito anche a S. Massimiliano Kolbe, benché fosse convinto che la Madonna aveva fatto tutto, e che egli era stato soltanto una scopa nelle mani di Lei. Il 17-10-1971 è stato beatificato da Paolo VI e Giovanni Paolo II lo ha canonizzato e dichiarato martire della carità il 10-10-1982 con dispensa dai miracoli. Il governo comunista polacco lo ha dichiarato eroe nazionale.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 135-146
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