santi Pietro e Paolo Apostoli

Paolo, cooptato nel collegio apostolico da Gesù stesso sulla via di Damasco, fu lo strumento eletto per portare il suo nome ai popoli, il più grande missionario di tutti tempi, l'avvocato dei pagani, l'apostolo delle genti, colui che insieme a Pietro far risuonare il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo.
Pietro, scelto da Gesù a fondamento dell'edificio ecclesiale, pastore del gregge santo, confermatore dei fratelli, è nella sua persona e nei suoi successori il segno visibile dell'unità e della comunione nella fede e nella carità. Gli apostoli Pietro e Paolo sigillarono con il martirio a Roma, verso l'anno 67, la loro testimonianza al Maestro.

S. Pietro, primo papa, nacque a Betsaida, sul lago di Genezareth. Si chiamava Simone ed era figlio di Giona. Faceva il pescatore con suo fratello Andrea e i figli di Zebedeo, Giacomo il maggiore e Giovanni, diventati poi apostoli pure loro. Il Vangelo accenna alla suocera di lui, guarita da Gesù a Cafarnao (Lc. 4, 38), ma è probabile che quando fu chiamato all'apostolato, sua moglie fosse già morta.
Nella sua giovinezza Simone frequentò forse le istruzioni del Battista. Quando Andrea lo presentò a Gesù, ne ebbe il soprannome di Cefa, che significa roccia o pietra. Di carattere ardente, egli si affezionò subito al Maestro. Lo seguì a Cana dove assistette al suo primo miracolo, poi riprese a Cafarnao il quotidiano lavoro. Sovente ospitò nostro Signore in casa sua, ma lo seguì definitivamente solo dopo la prima pesca miracolosa, per addestrarsi a diventare pescatore di uomini.
A continuatori della sua opera in terra Gesù Cristo volle scegliersi dodici uomini con a capo S. Pietro. Nell'elenco degli apostoli egli figura sempre il primo e sovente prende la parola anche a nome dei compagni.
Dal Vangelo appare di temperamento impulsivo, talora temerario, ma sempre illuminato da una viva fede e da un ardente amore per Gesù.
Dopo la prima moltiplicazione dei pani Gesù costrinse i discepoli a precederlo in barca sull'altra riva del lago. Sul far del mattino, vedendolo camminare sulle acque, credendo che fosse un fantasma, essi si misero gridare: "Coraggio! Sono io. Non abbiate paura", li rassicurò il Maestro divino. Pietro allora gli disse: "Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque". Al suo cenno scese dalla barca, camminò sulle acque verso Gesù, ma vedendo il vento gagliardo, temette e, siccome cominciava ad affondare, gridò: "Signore, salvami!". E subito Gesù, tendendo la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?". E con quelli che erano nella barca, Pietro si prostrò davanti a lui dicendo: "Veramente sei Figlio di Dio" (Mt. cap. 14).
Poco dopo nella sinagoga di Cafarnao Gesù proclamò la sua misteriosa dottrina sul Pane di vita. Molti dei suoi discepoli, increduli, lo abbandonarono mormorando: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Senza scomporsi il Signore disse ai dodici: "Volete andarvene anche voi?". A nome di tutti rispose S. Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il santo di Dio" (Giov. c. 6).
Uguale testimonianza il capo degli apostoli rese al Figlio dell'uomo nei pressi di Cesarea di Filippo quando chiese ai suoi discepoli: "Voi chi dite che io sia?". A nome di tutti, ancora una volta Pietro, illuminato dall'alto, ripose: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Il suo atto di fede fu subito ricompensato da Gesù con il conferimento di un compito e di un'autorità senza pari: "Io ti dico che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le potenze infernali non prevarranno contro di essa. Darò a te le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra, sarà legata nei cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sopra la terra, sarà sciolta nei cieli" (Mt. c. 16).
Ciò nonostante S. Pietro comprenderà solo a poco a poco che la missione salvifica del Messia doveva effettuarsi mediante la sofferenza. Difatti, da allora Gesù cominciò a mostrare apertamente ai suoi discepoli come egli doveva andare a Gerusalemme e patire ed essere ucciso, ma Pietro, trattolo in disparte, lo rimproverò dicendo: "Lungi da te, Signore! Questo non ti avverrà!". Gesù, rivoltosi, e guardando i suoi discepoli, lo rimproverò duramente: "Via, lontano da me, satana! Tu mi sei di scandalo perché non hai i sentimenti di Dio, ma quelli degli uomini" (Mt. 6,21-23). Sei giorni dopo il Signore prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello,e li condusse sul Tabor, dove si trasfigurò dinanzi a loro. Con lui apparvero in gloria Mosè ed Elia i quali si misero a parlare del transito che egli doveva compiere a Gerusalemme, ma Pietro non comprese il loro linguaggio. Difatti, esterrefatto, esclamò: "Maestro, è bello per noi stare qui! Possiamo fare tre tende: una per te, una per Mosè e un'altra per Elia" (Lc. 9,2-13).
La vigilia della passione il Signore incaricò Pietro e Giovanni di andare in città ad apparecchiare l'occorrente per la cena pasquale. Alla lavanda dei piedi, per umiltà, Pietro se ne schermì, ma all'ammonimento del Signore: "Se non ti lavo, non avrai parte con me", si dichiarò disposto a lasciarsi lavare "anche le mani e il capo" (Giov. 13,6-9). Durante la cena, all'annuncio di Gesù che gli apostoli lo avrebbero abbandonato, protestò: "Anche se tutti si scandalizzassero per te, io non mi scandalizzerò mai".
Alla profezia che prima del secondo canto del gallo egli lo avrebbe rinnegato tre volte, asserì: "Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò". (Mt. 26, 31-35).
Durante l'arresto di Gesù, Pietro, impulsivo, tagliò con la sua spada l'orecchio destro del servo del sommo pontefice, ma poi, debole, fuggì seguendo solo da lontano il Maestro fino al cortile di Caifa, per vedere la fine. Di fronte alla tentazione giunse a rinnegare il Maestro tre volte, ma il Signore, voltatesi, fissò Pietro, il quale, uscito fuori, pianse amaramente (Lc. 22, 61 s.). Questo triste fatto non scosse la sua preminenza nel collegio apostolico, anzi dal Vangelo scompaiono le contese prima così frequenti a motivo del primato (Mc. 9, 34). Egli riparerà il suo peccato, dopo una pesca sul lago di Tiberiade, dicendo per tre volte al Signore: "Tu sai che io ti amo". (Gv. 21, 15-17).
La mattina di Pasqua, Pietro fu tra i primi ad accertarsi della risurrezione di Gesù. Dopo l'annuncio dategli dalle pie donne si recò di corsa al sepolcro in cui vide i lini per terra e il sudario piegato a parte (Giov. 20, 2-7). Gesù stesso gli apparve quasi per ricompensarlo della sua fede (Lc. 24, 34) e S. Paolo si farà forte della sua testimonianza (I Cor. 15,5). Dopo la discesa dello Spirito Santo nella Pentecoste è Pietro che, quale capo della giovane Chiesa, predica, converte, battezza e risponde agli oppositori (Atti c. 2); è Pietro che ricostituisce nella sua integrità il gruppo dei dodici con l'elezione di Mattia; è Pietro che forma in Gerusalemme il primo nucleo cristiano che vive secondo i lineamenti tracciati da Gesù e risponde ai sinedriti che vorrebbero impedire agli apostoli d'insegnare nel nome di Gesù: "Si deve ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini" (Atti, 5,29). A conferma del suo insegnamento e dei suoi poteri guarì lo storpio che mendicava davanti alla Porta Bella del tempio di Gerusalemme (Ivi, 3, 1-12); sanò Enea a Lidda, paralitico da otto anni (Ivi, 9, 31-35); risuscitò Tabita a Giaffa, benefattrice dei poveri (Ivi, 9,36ss.) e con la sua sola ombra conferì la salute agli infermi adagiati sui lettini per le piazze (Ivi, 5, 15).
Dal Nuovo Testamento S. Pietro appare capo della primitiva comunità cristiana nell'esercizio della potestà punitiva. Anania e Saffira vogliono ingannarlo sul ricavato della vendita del loro campo e sono immediatamente castigati con la morte (Ivi, 5,1-11). S. Paolo, dopo la conversione, fece visita a S. Pietro quale capo e rimase presso di lui quindici giorni (Gal. 1, 18). Questo riconoscimento non fu infirmato dal rimprovero che gli fece ad Antiochia dopo che si astenne dal mangiare con i convertiti dal paganesimo per timore dei giudaizzanti (Ivi, 2,11 ss.). Capo della Chiesa S. Pietro appare anche quando respinse le offerte di denaro fattegli da Simon Mago, in cambio del potere sacerdotale (Atti, 8, 9 ss.). In seguito alla visione del telo calato per le cocche dal cielo contenente animali impuri per un giudeo, con l'ordine di mangiarne, l'apostolo capì che bisognava estendere il messaggio evangelico anche ai gentili (Ivi, 10, 5 ss.). Difatti, ricevette subito nella Chiesa il centurione Cornelio con tutta la famiglia (Ivi, 11, 2 ss.).
Durante le feste pasquali del 44 fu fatto imprigionare da Erode Agrippa I, ma venne miracolosamente liberato da un angelo (Ivi, e. 12). Da quel giorno Pietro divenne cittadino del mondo e vero pescatore di uomini. E' probabile che prima di trasferirsi a Roma sia stato ad Antiochia, abbia evangelizzato il Ponto, la Bitinia e la Galazia, e si sia fermato a Corinto. S. Marco avrebbe composto il suo Vangelo per i romani desiderosi di conservare la predicazione di S. Pietro. Verso il 50 questi ritornò momentaneamente a Gerusalemme per presiedervi il concilio (Atti, c. 15). Di lui ci sono rimaste due lettere scritte alle chiese dell'Asia settentrionale per metterle in guardia dallo scandalizzarsi per le prove che i cristiani sostenevano da parte dei pagani.
Morì a Roma, crocifisso con il capo all'ingiù, nei giardini del Vaticano o nel circo di Nerone durante la persecuzione da costui scatenata contro i cristiani nel 64, dopo l'incendio di Roma. Fu inumato in un cimitero sul pendio del vicino colle. Sul luogo del suo sepolcro l'imperatore Costantino fece costruire una sontuosa basilica, demolita nel secolo XVI per far posto all'attuale.

Saulo, per volontà di Dio apostolo dei gentili, nacque a Tarso, capitale delle Cilicia, famosa per la cultura e il commercio, nei primi anni dell'era volgare. I suoi genitori, fabbricanti di tende, erano farisei, della tribù di Beniamino, e godevano della cittadinanza romana. Per questo al loro vivacissimo figliuolo imposero il nome di Paolo. La prima educazione culturale e religiosa impartitagli nella sinagoga locale fu da lui completa a Gerusalemme sotto la guida di Gamaliele il Vecchio (Atti, 22, 3).
Paolo crebbe irreprensibile quanto a giustizia legale. Di carattere focoso e intransigente prese a perseguitare la Chiesa "per ignoranza", vittima anch'egli della erronea valutazione giudaica riguardo al messianismo. La lapidazione di Stefano crebbe in lui la sete di vendetta contro coloro che avevano abbracciato il cristianesimo tradendo la religione dei padri (Ivi, 8,1-3), ma mentre nel 34 si recava a Damasco, con lettere del sinedrio, per condurre incatenati a Gerusalemme i seguaci della nuova dottrina, Gesù risorto, di repente, lo sbalzò da cavallo e lo trasformò in un vaso di elezione perché portasse il Vangelo fino ai confini del mondo (Ivi, c. 9). In Damasco ricevette da Anania il battesimo e la prima istruzione, poi si ritirò in Arabia per approfondire quanto gli era stato rivelato. Appena ritornò a Damasco cominciò a predicare Gesù nelle sinagoghe, proclamando: "Questi è il Figlio di Dio!". I giudei congiurarono di ucciderlo, ma i discepoli del Signore di notte lo calarono giù dal muro di cinta, dentro una cesta.
Quando giunse a Gerusalemme cercò di unirsi ai credenti, ma tutti ne avevano paura. Barnaba, allora, lo condusse dagli apostoli, narrando loro come questi lungo il suo viaggio avesse visto il Signore che gli aveva parlato. Paolo avrebbe bramato di riparare con un intenso apostolato alla sua attività persecutrice di tré anni prima, ma i giudeo-ellenisti, di solito meno intransigenti dei palestinesi, tramarono di ucciderlo. I cristiani lo consigliarono allora di ripartire per Tarso. Anche il Signore, in una visione nel Tempio, gli aveva detto: "Va pure, poiché io t'invierò lontano, tra i pagani" (Ivi, 22, 17-21). Rimase nella sua patria fino al 44, quando Barnaba si recò a chiamarlo per proporgli di aiutarlo nell'evangelizzazione di Antiochia, dove per un anno intero tennero riunioni e catechizzarono una sì grande quantità di persone che i discepoli, per la prima volta, vennero chiamati cristiani (Ivi, 11, 25 s.). In previsione di una carestia, Paolo e Barnaba furono incaricati dagli anziani di portare a Gerusalemme la colletta raccolta nella comunità Antiochena. Poi, in una riunione liturgica, lo Spirito Santo manifestò la volontà che entrambi, dopo l'imposizione delle mani, andassero altrove a propagare la Buona Novella (Ivi, 13, 2 s.).
Il primo viaggio missionario, che durò dal 45 al 49, si svolse in Cipro e nell'Asia Minore meridionale. Ovunque Paolo fondò comunità tra inaudite persecuzioni e violenze da parte dei giudei che non volevano riconoscere in Gesù il Messia promesso dai profeti. Quando ritornò ad Antiochia alcuni convertiti dal giudaismo affermavano che la fede in Gesù Cristo non dispensava dall'osservanza della legge mosaica. Per una soluzione definitiva e autoritaria fu adunato nel 50 un concilio a Gerusalemme, in cui prevalse l'idea paolina della piena autonomia dei pagani convertiti nei rapporti dell'antica legge. Energicamente Paolo si rifiutò di sottoporre Tito, convertito dal paganesimo, al rito della circoncisione. S. Pietro stesso si recò ad Antiochia e mostrò praticamente che le prescrizioni giudaiche erano abolite mangiando con i convertiti dal paganesimo. E quando, per timore dei giudaizzanti, cominciò a declinare i lori inviti, Paolo lo riprese pubblicamente con franchezza (Gal. c. 2).
Durante il secondo viaggio missionario, che durò dal 50 al 53, Paolo visitò le comunità che aveva fondato. A Listra prese con sé il giovane Timoteo. Guidato dallo Spirito Santo raggiunse Troade, dove si unì con lui lo storico e medico S. Luca. Avendogli Iddio, in visione, indicato di passare in Europa, fondò fiorenti chiese a Filippi, Tessalonica, Atene e Corinto, dove rimase almeno due anni. Come sempre, Paolo si attirò l'odio dei giudei che tentarono invano di farlo condannare dal governatore romano, Giunto Gallione, fratello di Seneca.
Nel terzo viaggio missionario, che durò dal 54 al 58, Paolo fece centro della sua attività apostolica, per oltre due anni, Efeso e la vallata del Lieo. Il tumulto che gli fu suscitato contro dalla corporazione degli argentieri, che vedevano sfumare il loro commercio di ex-voto e statuette raffiguranti Artemide, protettrice della città, dimostra quanto fosse grande l'efficacia della sua predicazione e di quella dei suoi collaboratori. Da Efeso l'apostolo passò in Macedonia e quindi a Corinto . A causa delle divisioni sorte in quella comunità egli aveva nutrito molte preoccupazioni. Quando giunse a Gerusalemme con la colletta raccolta a favore di quella chiesa povera, si avvide che i giudeo-cristiani, diffidavano di lui per il suo apostolato tra i gentili, e per la sua opposizione all'ormai abrogata legge di Mosé. Per dissipare la loro prevenzione, per consiglio di S. Giacomo, accettò di soddisfare alle spese per i vari sacrifici che quattro nazirei dovevano sostenere alla scadenza del loro voto. Alcuni giudei, venuti in pellegrinaggio dall'Asia, approfittarono di tali funzioni liturgiche per accusarlo di aver profanato il Tempio introducendovi Trofimo, un cristiano di stirpe non giudaica. Ne derivò subito un grande tumulto. Paolo a stento fu sottratto al linciaggio dal tribuno Lisia accorso con alcuni soldati di stanza nella torre Antonia. Quando seppe che più di quaranta congiurati volevano ucciderlo, egli lo mandò a Cesarea dal procuratore Antonio Felice. Costui si persuase dell'innocenza del prigioniero, ma lo trattenne per due anni nel pretorio di Erode con la speranza di carpire del denaro dagli amici di lui. Perciò Festo, che gli successe nella carica, avrebbe voluto ricondurlo a Gerusalemme dinanzi al Sinedrio, ma Paolo, in qualità di cittadino romano, s'appellò al tribunale di Cesare (Atti, cap. 21-26).
Il prigioniero di Cristo giunse a Roma nella primavera del 61 dopo il drammatico naufragio nell'isola di Malta. Per due anni, sotto la custodia militare, alloggiò in una casa presa in affitto accogliendo quanti venivano a trovarlo e predicando il regno di Dio con tutta franchezza e senza ostacoli. Liberato nel 63, egli poté forse effettuare il progettato viaggio in Spagna. Ritornò poi in oriente dove compì un largo giro per confermare le chiese da lui fondate nella fede. Raggiunse Creta, dove lasciò Tito a completarne l'evangelizzazione (Tit. 1, 5); si recò a Efeso dove incaricò Timoteo del governo della Chiesa; passò quindi nella Macedonia da dove scrisse ai suoi due collaboratori. Scoppiata nel 64 la persecuzione di Nerone, fu arrestato a Troade (2 Tm. 4,13). Condotto a Roma vi subì una seconda breve, ma dura prigionia. Ebbe mozza la testa con tutta probabilità nel 67 presso le Tre Fontane, ma fu sepolto nel cimitero che sorgeva lungo la via Ostiense. Sulla sua tomba Costantino fece erigere una sontuosa basilica successivamente ampliata, che andò distrutta dal fuoco nel 1823 e fu sostituita dall'attuale basilica più grande e più bella.
Sono giunte a noi quattordici delle lettere scritte dall'apostolo Paolo alle comunità cristiane da lui fondate, disadorne di stile, ma straripanti di sublimi lezioni di teologia e di vita pratica. Egli stesso ne da motivo scrivendo: "Il Vangelo da me predicato... io non l'ho ricevuto ne appreso da uomo alcuno, bensì mediante una rivelazione di Gesù Cristo" (Gal. 1, 11 s.). La sua catechesi è perciò essenzialmente cristologica e si può sintetizzare così: Dio da tutta l'eternità stabilì di redimere l'uomo nel Cristo; tutta la storia dell'umanità si riassume nel contrasto dei due Adami, l'uno causa del peccato e della morte, l'altro autore della grazia e della vita, e nell'antitesi carne e spirito; Cristo ci ha redenti con la sua morte; noi siamo giustificati non dalla legge, ma dalle fede nell'unico mediatore la cui risurrezione, complemento intrinseco della sua opera redentrice, è causa esemplare della nostra risurrezione; frutto della sua morte e della sua risurrezione è la Chiesa, corpo misterioso di Cristo, al quale l'uomo s'inserisce con il battesimo, nel quale si alimenta con l'Eucaristia per operare e crescere in ordine alla vita eterna.
Paolo fu arricchito da Dio di tutti i carismi e rapito fino al terzo cielo (II Cor. 12,4). Ed egli, nato con l'occhio e il gesto del capo, corrispose in pieno alla grazia sopportando fame e sete, naufragi, persecuzioni, battiture e lapidazioni pur di non venir meno al suo ufficio di banditore del Vangelo alle genti. Poteva quindi ben scrivere ai Galati: "Sono crocifisso insieme con Cristo. Vivo, ma non più io, bensì è Cristo che vive in me" (Gal. 2, 19 s.). E ai Corinti: "Siate miei imitatori, come anch'io lo sono di Cristo" (I Cor. 11, 1).
S. Girolamo chiama l'apostolo: "Tromba del Vangelo, ruggito del leone, fiume di eloquenza cristiana,. Ogni volta che lo leggo, mi sembra di udire non parole, ma tuoni". Il Crisostomo voleva che lo leggessero anche gli operai e i mercanti. Dal pulpito tenne 250 omelie a commento delle epistole dell'apostolo.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 305-314
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