san Guglielmo da Vercelli Abate

Guglielmo di Montevergine nacque a Vercelli nel 1085. In Irpinia fondò la Congregazione Benedettina di Montevergine, con caratteristiche cenobitiche. Fondò altri monasteri, fra cui quello di San Salvatore. La sua opera infaticabile lo portò poi verso Rocca San Felice, Foggia e Troia. L'ideale di vita ascetica da lui proposto era legato alla Regola benedettina. Morì a Goleto, in Irpinia, il 24 giugno 1142.

È il fondatore della Congregazione Benedettina di Montevergine (Avellino). Egli nacque a Vercelli da nobile famiglia verso il 1085, quando cioè tra il papa, S. Gregorio VII, e l'imperatore della Germania, Enrico IV, si svolgeva un'accanita lotta per la questione delle investiture. Essendo rimasto orfano di entrambi i genitori fin dalla fanciullezza, Guglielmo ricevette una buona educazione da uno dei suoi parenti. Attratto dalla grazia, a quindici anni egli rinunciò alle delizie della sua privilegiata condizione per indossare l'abito monastico e pellegrinare, in spirito di penitenza, conforme all'uso in voga, ai più celebri santuari della cristianità.
In quel tempo, da tutta l'Europa numerosi fedeli accorrevano a Santiago de Compostela, archidiocesi della Galizia (Spagna) perché, secondo un'antica, ma molto discutibile tradizione, conservava il corpo dell'apostolo S. Giacomo Maggiore. Fu quello il primo santuario che Guglielmo visitò a piedi scalzi e rivestito di un semplice abito da pellegrino. Non contento dei disagi del viaggio, della fame e della sete, per strada si fece fabbricare due cerchi di ferro, e li applicò alla nuda carne per avere qualcosa da soffrire per amore di Cristo Gesù. Quel pellegrinaggio durò cinque anni. Al ritorno, il santo sentì vivo il desiderio di compierne un altro più lungo e più faticoso al Santo Sepolcro in Gerusalemme. Si diresse per questo a piedi verso l'Italia meridionale visitando piamente le chiese che incontrava sul suo passaggio, specialmente le basiliche di Roma.
Per un po' di tempo Guglielmo soggiornò a Melfi, nella Lucania, e poi sul monte Serico, presso Atella (Potenza), abbandonandosi a digiuni e a penitenze che hanno dell'incredibile. Si racconta che colà egli operò il primo miracolo dando la vista ad un cieco che, nella sua afflizione, si era raccomandato alle sue preghiere. La fama del prodigio e delle virtù del taumaturgo non tardò a spargersi nei dintorni. Volendo restare interamente nascosto agli occhi degli uomini, Guglielmo decise di recarsi senza indugio a Brindisi per imbarcarsi alla volta delle Terra Santa. Strada facendo volle fare una breve visita a S. Giovanni da Matera (†1139), eremita di Ginosa (Taranto) e futuro fondatore della Congregazione Benedettina di Pulsano, dal quale ricevette l'avviso che non era volontà di Dio che compisse quel pellegrinaggio. Al pio romeo la cosa riuscì ancora più evidente quando, qualche giorno più tardi, fu malmenato da alcuni briganti nei pressi di Orla (Brindisi). Il penitente attraversò allora la Lucania e, quando giunse ad Atripalda (Avellino), udì chiara la voce di Dio che lo chiamava a pregare e a fare penitenza tra le asprezze di Montevergine, sul massiccio montuoso del Partenio, non lontano da luogo dove, nell'età pagana, sorgeva un famoso tempio dedicato alla dea Cibele. Colà egli si fece costruire una piccola cella e per un anno rimase solo. Gli orsi e i lupi che infestavano i boschi non osarono fargli alcun male. Un giorno, mente era assorto in celesti pensieri, gli apparve il Redentore, il quale gl'ingiunse di erigere una chiesa al culto della sua divina Madre, con l'aiuto dei discepoli che si erano raccolti attorno a lui in povere celle. Il vescovo di Avellino, Giovanni, verso il 1124 consacrò solennemente il tempio che il santo aveva fatto erigere. In seguito, il vescovo riconobbe l'utilità e la santità della pia istituzione di Guglielmo, e la esentò dal uso potere vescovile.
I fedeli cominciarono a salire numerosi al romitorio del santo, sia per essere istruiti da lui nelle vie della salvezza e sia per raccomandarsi alle sue preghiere. Anche degli ecclesiastici chiesero di vivere sotto la sua direzione e di condividerne il genere di vita. Guglielmo, pur sentendosi per inclinazione portato alla vita solitaria, fondò una Congregazione monastica che, fin dall'inizio, andò assumendo sempre più il carattere cenobitico con tinta spiccatamente benedettina senza la pretesa tuttavia di dare un'interpretazione esclusiva della regola di S. Benedetto. A Montevergine l'ideale di vita strettamente eremitica venne contemperato con l'esercizio del ministero pastorale a beneficio dei pellegrini, attratti e dalla devozione alla SS. Vergine e dalla fama della santità di Guglielmo. Il santo eremita non scrisse nessuna regola per quelli che vollero mettersi alla sua scuola. Richiese soltanto a viva voce, e con il suo quotidiano esempio, che tutti si dessero ad austere penitenze, non mangiassero carne e non facessero uso di latticini per tutto l'anno, lavorassero con le proprie mani, coltivassero la preghiera corale e lo studio, osservassero la più rigorosa povertà. Non passò quindi molto tempo che quegli eremiti cominciarono a lamentarsi del regime troppo austero al quale il santo fondatore li obbligava. I fedeli che salivano al santuario della SS. Vergine lasciavano nelle mani di Guglielmo abbondanti elemosine, ma egli ne riservava soltanto una piccola parte alla sua comunità e il resto lo distribuiva ai poveri. I monaci videro di mal occhio quelle liberalità che li privavano di tante comodità alle quali credevano di avere in parte diritto, e lo supplicarono di volere moderare i rigori della vita comune.
Guglielmo fece quanto poté per calmare i loro spiriti inquieti. Quando vide che le sue esortazioni non giovavano a nulla, sentendo crescere in sé sempre più il desiderio di una maggiore solitudine e il bisogno di luoghi più inaccessibili, nell'autunno del 1128 li abbandonò. Al suo posto aveva lasciato il B. Alberto il quale, con la pazienza e con l'esempio, riuscì a riportare la calma tra i religiosi e a convincerli della necessità di vivere conforme agli usi introdotti dal fondatore. Quando Alberto morì nel governo del monastero gli successe il B. Roberto. Per volere di Alessandro III i monaci adottarono la regola di S. Benedetto e mitigarono alquanto il rigore della primitiva osservanza.
La partenza di Guglielmo da Montevergine anziché nuocere, giovò alla diffusione dell'Ordine. Per un po' di tempo egli si fermò al Laceno, presso Bagnoli Irpino (Avellino), dove ricevette la visita di S. Giovanni da Matera. Era volontà del cielo, però, manifestatasi con chiari segni, che non rimanessero per molto tempo in quel luogo. Riattraversarono la Lucania e nei pressi di Tricarico (Matera), sul monte Cognato, a destra del Bisento, si separarono definitivamente per portare a termine le missioni che Iddio aveva loro affidato. Guglielmo fondò un nuovo monastero sul monte Cognato e quando anche quella comunità fu bene avviata, lasciò un suo sostituto, con delle norme ben precise sulla vita che quei solitari dovevano condurre, e poi si allontanò. Giunse così alla piana del Goleto, presso Nusco (Avellino), dove per un anno gli servì da abitazione il cavo di un gigantesco albero.
Nel 1133 diede inizio al monastero di San Salvatore con il permesso del vescovo di Sant'Angelo dei Lombardi e il generoso aiuto del signore Ruggero di Monticulo. Era esso uno di quei monasteri doppi, introdotti in Oriente al tempo di S. Basilio, non infrequenti in Europa nel medio evo, costituiti per ragioni economiche da un complesso di distinti edifici, destinati gli uni all'abitazione dei religiosi e gli altri all'abitazione delle religiose. Altre simili fondazioni Guglielmo portò a termine con un ardore instancabile presso Rocca San Felice (Avellino), Foggia e Troia, Binetto (Bari) e in tanti altri luoghi. Esse esercitarono un benefico influsso sulle popolazioni dell'Italia meridionale.
La fama di santità di Guglielmo giunse anche alle orecchie di Ruggero II (†1154), re di Napoli e della Sicilia. Negli ultimi anni della sua vita il Santo non disdegnò di bandire la parola di Dio alla corte, come aveva fatto nei palazzi dei signori feudali e nelle campagne tra la povera gente. C'erano tante ingiustizie da togliere, c'era tanto mal costume da combattere. Qualche cortigiano rimase irritato di quanto egli con evangelica libertà diceva, e cercò di farlo apparire agli occhi del sovrano come un ipocrita e un impostore. Una donna di facili costumi concepì persino il diabolico disegno di tentarlo al male. Il santo finse di accettare la proposta di lei, e la pregò di ritornare nel suo appartamento verso sera. La meretrice corse a portarne trionfante la notizia a corte, ma rimase ben sorpresa quando, raggiunto Guglielmo, lo vide coricarsi sopra uno strato di carboni ardenti e lo udì invitarla a imitarne l'esempio. Alla vista del prodigio, la misera peccatrice scoppiò in pianto, s'inginocchiò per terra e chiese perdono al santo dell'affronto che gli aveva fatto. Ovunque divulgò il prodigio a conferma della buona opinione che si aveva del pio monaco, vendette quanto possedeva e aiutò Guglielmo a fondare a Venosa (Potenza) un convento femminile di cui ella divenne abbadessa.
Quando Ruggero II si trasferì a Palermo, volle che il santo lo seguisse e vi fondasse un monastero. Sentendo tuttavia avvicinarsi il momento della morte, consumato più che dagli anni dalle fatiche e dalle penitenze, osservate sempre con estremo rigore, Guglielmo visitò per l'ultima volta i monasteri che aveva fondato per esortare i religiosi e le religiose a perseverare nella vita di preghiera e di penitenza. Poi si ritirò al Goleto e si preparò alla morte. Quando giunse il felice momento da lui predetto, si fece portare in chiesa e coricare sul pavimento senza supporto alcuno a suo sollievo.
Raccomandò a quanti lo circondavano la perseveranza nella pratica della povertà, nella coltivazione della vita eremitica e li pregò di seppellirlo con lo stesso abito di cui era rivestito. Come i cistercensi suo contemporanei, fondati nel 1098 a Cìteaux da S. Roberto di Molesme (†1111) e propagati per tutta Europa da S. Bernardo di Chiaravalle (†1153), egli aveva adottato per reazione ai monaci di Cluny la tonaca e la cocolla bianche.
Guglielmo da Vercelli morì a Goleto il 25-6-1142. Il suo sepolcro divenne presto meta di pellegrinaggi per i miracoli che otteneva da Dio. Fu questo il motivo per cui i vescovi delle diocesi circonvicine ne permisero subito dopo la morte il culto pubblico. Pare che sia stato beatificato da Alessandro III nel 1181, ma non canonizzato. La sua venerazione fu estesa a tutta la Chiesa nel 1785 da Pio VI. Nel 1942 Pio XII lo dichiarò patrono primario dell'Irpinia. Dal 2-9-1807 le sue reliquie sono venerate a Montevergine dove furono traslate, per volere di Gioacchino Murat, re di Napoli.
L'abbazia di Montevergine, affidata ai benedettini sublacensi, è ancora un centro di cultura e di spiritualità. Accanto all'antica basilica, dopo la seconda guerra mondiale, ne è stata costruita una nuova, in stile romanico, nella quale è venerata la prodigiosa immagine bizantina detta della "Mamma Schiavona".

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 260-264
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