san Paolino di Nola Vescovo

Nacque nel 355 da ricca famiglia patrizia romana a Bordeaux. Incontrò il vescovo Ambrogio di Milano e il giovane Agostino di Ippona, dai quali fu convertito al cristianesimo. Durante un viaggio in Spagna conobbe e sposò Therasia con cui, dopo la morte prematura dell'unico figlioletto, dedicò interamente all'ascesi cristiana, sul modello di vita monacale orientale. Distribuirono le loro ricchezze ai poveri, e si ritirarono in Catalogna, deve venne ordinato prete. A Nola, eresse un ospizio per i poveri, e un monastero, dove si ritirò con Therasia ed altri amici. Nel 409 fu eletto vescovo di Nola. Morì a 76 anni, nel 431.

Questo santo poeta latino e vescovo occupa un posto considerevole nella storia della Chiesa dei primi secoli. Non meraviglia perciò che abbia riscosso tanti elogi dai suoi contemporanei. Meropio Ponzio Paolino nacque a Bordeaux, nella Gallia, verso il 355 in una famiglia senatoriale cristiana, che possedeva molte terre in Aquitania, in Spagna e in Italia.
Egli ricevette un'accurata educazione nella città natale alla scuola d'insigni maestri, tra i quali emergeva il poeta pagano Decimo Magno Ausonio (†393), precettore dell'imperatore Flavio Graziano a Treviri.
Per le doti d'ingegno, le grandi ricchezze e le numerose protezioni alla corte dell'imperatore Valentiniano II, non fu difficile al santo percorrere la carriera politica. Non conosciamo esattamente quali furono le prime magistrature che egli ricoprì. Pare che a Roma sia stato anche console nonostante la giovane età. In uno dei suoi Carmi, il ventunesimo, egli stesso asserisce che nel 381 fu governatore della Campania, dove possedeva delle terre. A questa data risalgono i suoi primi contatti con la città di Nola (Napoli), che custodiva le spoglie di S. Felice, morto martire nella persecuzione scatenata dall'imperatore Diocleziano (†313). Presso la sua tomba, il 14 gennaio di ogni anno, giorno della sua festa, accorrevano pellegrini da ogni parte d'Italia. Fin d'allora Paolino consacrò al martire la sua vita come a Patrono. Quando depose la carica di governatore, tornò in patria per occuparsi di affari politici e di letteratura. Si dilettava infatti a comporre poesie e a mandarle agli amici insieme a regali. In quel tempo pensò pure a formarsi una famiglia. Andò a cercarsi la sposa in Spagna e fu la ricca Terasia. Da lei in Alcalà di Henares ebbe un figlio, Gelso, che morì dopo soli otto giorni di vita. Paolino, sconsolato, tornò con la moglie in Aquitania e trascorse il suo tempo ora soggiornando nei vasti possedimenti, ora dandosi alle relazioni sociali e culturali proprie del mondo aristocratico del tempo. Fu là che egli assistette agli avvenimenti che portarono Massimo Magno (1388) all'usurpazione della carica imperiale, e alle polemiche religiose connesse con Priscilliano, vescovo spagnuolo, giustiziato a Treviri dall'usurpatore per i suo errori, nonostante l'energica protesta di S. Martino di Tours, che non voleva spargimento di sangue. In quel tempo Paolino fu in intima relazione oltre che con Ausonio, con Sulpicio Severo (†420), oratore e giurista che S. Martino (†397) indusse a condurre vita religiosa e a dedicarsi ad opere di beneficenza, il filosofo Giovio e il ricco Gastidio. Risale forse a quel tempo la guarigione da una malattia agli occhi ottenuta da S. Martino conforme a quanto ne scrive Sulpicio Severo nella vita che ci lasciò del taumaturgo di Tours senza specificare il tempo e il luogo.
A questo periodo della vita di Paolino pare che risalga anche la conoscenza che egli fece con S. Ambrogio, arcivescovo di Milano, verso il quale diceva di sentirsi molto obbligato per gli insegnamenti che aveva ricevuto riguardo alla fede. Non è improbabile che si sia incontrato con il santo quando dalla Campania ritornò a Bordeaux allo scadere della carica di governatore. Comunque sia, il periodo mondano della vita di Paolino si concluse con il battesimo, al quale fu preparato dal prete Amando, e che ricevette per le mani del vescovo di Bordeaux, S. Delfino. prima del 389.
Da quel giorno il santo prese a vivere, conforme agli insegnamenti evangelici, nell'umiltà e nella povertà. Distribuì buona parte dei suoi beni ai poveri e troncò le relazioni con Ausonio, che non si era ancora convertito al cristianesimo. Il maestro pagano dapprima si stupì dell'improvviso e ostinato silenzio dell'amico, poi, avuto sentore della conversione di lui all'invisa e odiata religione cristiana, pieno di sdegno cercò di dissuaderlo, ma inutilmente. Alla conversione Paolino era stato spinto da dolorose esperienze e da lutti familiari quali la morte del fratello, avvenuta in tragiche circostanze, e la perdita dell'unico figlio. Qualche anno dopo, al suo più caro amico, Sulpicio Severo, confesserà che il desiderio "di mettersi al riparo dalle calunnie e di riposare dai continui viaggi, di abbandonare le occupazioni della vita pubblica e l'attività agitata del foro" l'avevano già prima indotto a ritirarsi in campagna e a dedicarsi ad una vita più sinceramente religiosa insieme con la propria consorte.
Verso il 393, Paolino vendette il suo ricco patrimonio e si trasferì a Barcellona per condurvi una vita quasi monastica. Il clero e il popolo della città rimasero tanto ammirati della sua grande carità verso i poveri e della sua continua orazione, che supplicarono il loro vescovo, Lampio, ad ordinarlo sacerdote. Allora non era ancora generale l'uso del celibato ecclesiastico. Paolino accettò quell'onore, ma a condizione di non essere legato a quella chiesa perché da tempo pensava di trasferirsi a Nola, presso la tomba del suo protettore S. Felice, tanto lo attirava la fama delle virtù e delle grazie da lui ottenute ai devoti. Vi si recò effettivamente nel 395 insieme con la moglie, con la quale viveva ormai in continenza perfetta e una famiglia amica composta da sei persone. Nel viaggio sostò a Milano dove fu accolto con gioia da S. Ambrogio, e a Roma dove il papa S. Siricio lo ricevette un po' con freddezza forse perché era stato ordinato presbitero senza passare prima per i gradi inferiori.
A Nola Paolino eresse un monastero in cui condusse vita penitente e comunitaria con quanti lo avevano seguito; un ospizio per albergare i pellegrini che accorrevano fin dalla Serbia a venerare le reliquie di S. Felice; una nuova basilica in onore del martire e altre chiese, ricche di pitture e di mosaici, con iscrizioni metriche da lui dettate. Aveva quindi ragione S. Agostino di scrivere: "Andate nella Campania, vedete Paolino, codesto uomo così grande per la sua nascita, per il suo genio e per le sue ricchezze. Vedete con che generosità questo servo di Gesù Cristo si è spogliato di tutto per possedere Dio soltanto; vedete come ha rinunciato all'orgoglio del mondo per abbracciare l'umiltà della croce; vedete come impiega al presente a lodare Dio i tesori di scienza che sono perduti quando non si consacrano a Colui che li ha donati" (Ep. XXVI ad Livent).
Paolino trasformò Nola in un centro d'intensa vita spirituale dividendo il suo tempo fra le pratiche religiose, le opere buone, lo studio della poesia e della musica, nonché la corrispondenza con quanti, amici e ammiratori, si recavano a Nola per rendergli visita e intrattenersi con lui, o gli mandavano le loro missive tramite corrieri, chierici e monaci. Le 52 lettere, in stile prolisso e affettato, che di lui ci sono rimaste sono in grande parte indirizzate a vescovi o amici della Gallia, quali S. Delfino e S. Amando di Bordeaux, S. Esuperio di Tolosa, Sulpicio Severo, ecc. Fra i corrispondenti fuori della Gallia sono da segnalarsi S. Agostino, S. Alipio di Tagaste, Pammachio, caritatevole senatore romano, amico e discepolo di S. Girolamo. Particolare importanza ha la lettera che S. Agostino scrisse a Paolino per metterlo in guardia contro Pelagio e i suoi seguaci con i quali era in relazione, perché negavano l'esistenza del peccato originale e l'intrinseca necessità della grazia per salvarsi. Tra le migliori composizioni poetiche di Paolino occorre ricordare i 14 Carmina Natalicia rimastici, da lui composti in versi freschi e fluidi dal 395 alla morte per celebrare, nella ricorrenza della festa, la vita e i prodigi di S. Felice, lo splendore della basilica che aveva fatto erigere in onore di lui e il grande concorso del popolo festante.
Un cambiamento così ammirabile nella vita di Paolino mosse i pagani, ancora numerosi nella regione, a parlarne come di una stravaganza. Persino ragguardevoli cristiani trovarono da ridire sulla vita solitaria di lui e apparentemente oziosa, ben sapendo quanto fosse in grado di rendere preziosi servizi allo stato. Invece S. Martino di Tours lo proponeva ai suoi discepoli come un modello di perfezione evangelica da imitare; S. Ambrogio lo lodava per la generosità dimostrata nell'abbracciare l'abiezione e la povertà della vita ascetica; S. Girolamo gli scriveva da Betlemme per dissuaderlo dal trasferirsi a Gerusalemme, piena di confusione, e per dargli alcune regole di vita solitaria; S. Eucherio di Lione lo proponeva come modello a coloro che avevano bisogno di distaccarsi dai beni della terra per mettersi al servizio di Gesù Cristo.
A tanti attestati di stima Paolino rimaneva confuso vedendo in sé soltanto motivo di disprezzo. Sulpicio Severo gli chiese un giorno il ritratto, ma egli gli rispose di non poterlo accontentare perché non portava più in sé nella sua purezza l'immagine di Dio. Quando apprese che, malgrado il rifiuto, si era permesso di farlo dipingere in un battistero dirimpetto a S. Martino, trovò la maniera di confondersi dicendo che Dio aveva permesso ciò affinchè i nuovi battezzati, uscendo dal fonte battesimale, avessero davanti agli occhi da un lato colui ce dovevano imitare nella persona di S. Martino, e dall'altro lato colui del quale dovevano fuggire l'esempio nella persona di Paolino. Eppure per tutta la vita egli visse povero e mortificato. Alla sua mensa aveva sostituito stoviglie di legno e di terracotta a quelle d'argento e non si cibava d'ordinario che di erbe e di legumi.
Un asceta di così eminenti virtù non poteva restarsene sotto il moggio. Alla morte del vescovo di Noia, Paolino fu chiamato a succedergli (409). Il suo pontificato fin dall'inizio fu funestato dai Goti, capitanati da Alarico (410), dopo il saccheggio di Roma. Egli ebbe molto da soffrire per causa loro. Quando lo fecero prigioniero, dopo la distruzione di Nola, così pregò in cuor suo: "Signore, non permettere che io sia tormentato per l'oro e per l'argento: Tu sai dove stanno tutti i miei beni". Appena fu rimesso in libertà egli si adoperò con tutte le forze a riedificare le chiese distrutte, a soccorrere gli orfani e i bisognosi. Fino alla morte egli fu il buon pastore pronto a dare anche la vita per le sue pecorelle. Uranio, uno dei suoi preti, ha scritto di lui: "Nella prelatura non si preoccupò di farsi temere, ma si studiò di farsi amare da tutti. Siccome era insensibile alle ingiurie, niente gli faceva perdere la pazienza. Non separava mai la misericordia dal giudizio. Se era costretto a castigare, dava facilmente a vedere che i suoi erano castighi di un padre e non vendette di un giudice irritato. La sua vita era l'esempio di ogni sorta di opere buone, e la sua residenza il sollievo di tutti i miserabili. Chi ha mai implorato il suo soccorso senza riceverne un'abbondantissima consolazione? E qual peccatore ha mai incontrato senza che gli presentasse la mano per innalzarlo dalla sua caduta? Era umile, benigno, caritatevole, misericordioso e pacifico. Non ebbe mai fierezza ne sdegno per nessuno.
Incoraggiava i deboli, addolciva coloro che erano di un certo umore collerico e violento. Aiutava alcuni con l'autorità e il credito che gli provenivano dalla carica, altri con la profusione delle sue rendite di cui si riservava soltanto lo stretto necessario, e altri ancora con i suoi saggi consigli che si trovano sempre in grande copia nella sua conversazione e nelle sue lettere. Nessuno si allontanava da lui senza desiderare di avvicinarglisi di nuovo e nessuno aveva la fortuna di parlargli senza desiderare di non separarsene mai".
Uranio ci parla pure della santa morte di Paolino avvenuta a Nola il 22-6-431. Tre giorni prima che spirasse due vescovi gli fecero visita. Si fece allora innalzare un altare presso il letto, concelebrò con loro e riconciliò i penitenti che erano stati privati della comunione. S. Gennaro e S. Martino gli apparvero per dirgli che l'ora del premio era vicina. Il morente sollevò le mani al cielo e cantò con il Salmista: "Io levo ai monti i miei occhi: donde verrà la mia salvezza?" (Sal. 121). Un prete lo avvertì che si dovevano pagare quaranta monete d'argento per gli abiti che erano stati confezionati per i poveri, e Paolino gli rispose: "Non temere, figlio mio, noi abbiamo di che pagare i debiti contratti per i poveri". Difatti, poco dopo, arrivò dalla Lucania un sacerdote che a nome del suo vescovo gli offriva cinquanta monete d'argento. Quando Paolino spirò - attesta ancora Uranio - la stanza in cui si trovava tremò così forte che i presenti si gettarono a terra per implorare la misericordia di Dio. Il corpo del defunto fu sepolto nella basilica di San Felice. Le sue reliquie più tardi furono portate a Roma, nella chiesa di S. Bartolomeo all'Isola Tiberina, per sottrarle alle profanazioni dei barbari.
Per disposizione di S. Pio X, che estese la festa di S. Paolino di Nola a tutta la Chiesa, le sue reliquie furono traslate nella cattedrale di Nola nel 1909.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 235-240
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