san Romualdo Abate

Nato a Ravenna, dopo l'esperienza in Spagna iniziò una serie di peregrinazioni lungo l'Appennino con lo scopo di riformare monasteri ed eremi sul modello degli antichi cenobi dell'Oriente. La sua fama e il suo carisma lo misero più volte in contatto con i potenti, principi e prelati. Fondò numerosi eremi, l'ultimo dei quali fu Camaldoli.

Romualdo, fondatore dell'Istituto eremitico in Occidente, nacque a Ravenna verso il 952 da Sergio Onesti, duca della città. Alla scuola del padre dissoluto visse secondo le massime imperanti in quel secolo di ferro. Poiché la coscienza non gli dava pace, ogni tanto proponeva di essere più fedele alla legge di Dio. Sovente, durante la caccia, si soffermava in mezzo ai boschi e sospirava: "Fortunati gli antichi eremiti che sceglievano tali solitudini come dimore! Con quale tranquillità servivano Dio lontani dal tumulto del mondo!".
Suo padre volle un giorno terminare alla sua presenza una lite con un parente sfidandolo a duello. Avendo messo a morte l'avversario, Romualdo concepì tale orrore di quel delitto, di cui era persuaso di essersi reso colpevole, che volle andarlo ad espiare con una penitenza di quaranta giorni nel monastero benedettino di Sant'Apollinare in Classe, a cinque chilometri da Ravenna. Durante quel soggiorno si era legato d'amicizia con un fervente frate converso. Soggiogato dai suoi buoni esempi e saggi ammaestramenti, chiese all'abate di essere ammesso tra i suoi monaci.
A vent'anni dunque Romualdo vestì l'abito religioso e divenne presto per tutta la comunità un perfetto modello nella pratica delle virtù. Quella sua completa trasformazione urtò i monaci più rilassati: motivo per cui quando Romualdo si avvide che stavano complottando per ucciderlo, andò a mettersi, dopo tre anni di vita benedettina, sotto la guida di un rigido eremita, Marino, residente nei dintorni di Venezia.
Con quel solitario autodidatta cantava ogni giorno il salterio. Nonostante si sforzasse di fare del suo meglio per seguirlo nelle pause e negli accenti, ogni tanto il novizio sbagliava. Il rude maestro allora gli somministrava un colpo di bacchetta sull'orecchio sinistro. Il discepolo soffriva il supplizio con molta pazienza, ma quando si avvide che da quella parte stava per diventare sordo, supplicò Marino di percuoterlo sull'orecchio destro.
Romualdo presenta un carattere del tutto singolare nella sua esistenza: pare che non riuscisse a conservare per molto tempo lo stesso domicilio. Le sue peregrinazioni infatti furono lunghe e continue. Verso il 978 accompagnò Marino e S. Pietro Orseolo, ex-doge di Venezia, nel monastero di San Michele di Cuxà (Guascogna), diretto dal pio e letterato abate Guerrino, amico dell'imperatore Ottone III e di Gerberto d'Aurillac, futuro Silvestro II. In seguito si ritirò col suo maestro in un luogo solitario, presso l'abbazia, in cui visse nella pratica di un'estrema penitenza, nella preghiera, nelle veglie e nella lettura delle vite dei santi.
Il demonio gli sferrò violentissimi attacchi richiamandogli alla memoria le ebbrezze della vita passata e l'inutilità della vita presente. Poiché Romualdo gli resisteva alimentandosi per un anno solamente con legumi, prese a percuoterlo crudelmente e a spaventarlo di notte. Il santo eremita gli tenne testa riducendosi a mangiare un volta sola la settimana. Romualdo abbandonò la sua solitudine soltanto quando venne a sapere che suo padre, dopo aver abbracciato la vita religiosa a San Severo di Ravenna, pensava di ritornarsene nel mondo. Appena rimise piede in patria (994), andò a trovarlo e con preghiere e lacrime lo confermò nel santo proposito in cui poco dopo morì. Romualdo ritornò allora nel monastero di Sant'Apollinare in Classe, ove visse appartato in una cella isolata. Satana non gli dette pace, anzi giunse a flagellarlo crudelmente per vendicarsi delle austere penitenze che faceva.
Non lontano da Bagno di Romangna (Forlì) Romualdo fece costruire un monastero in onore di S. Michele, ed ivi si stabilì con alcuni discepoli. Un giorno un marchese gli fece dono di una somma di denaro. Invece di disporne a beneficio dei monaci, egli la fece distribuire a monasteri più poveri del suo. I suoi sudditi se ne adontarono. Siccome non potevano abituarsi alle austerità che imponeva loro, prima lo percossero con verghe e poi l'obbligarono ad allontanarsi. Ottone III, che in quel tempo si trovava a Ravenna, pensò di imporre una riforma alla rilassata abbazia di Sant'Apollinare, eleggendo abate Romualdo (998). Andò a cercarlo egli stesso nella sua solitudine per annunciargli la scelta fatta e condurlo all'antica sede. Per due anni il santo si sforzò di ristabilire l'esatta osservanza della regola, ma quando vide che non riusciva a calmare l'indignazione degli inquieti religiosi, rimise la sua carica abbaziale nelle mani dell'arcivescovo di Ravenna, Gerberto d'Aurillac, e di Ottone III, in quel tempo all'assedio di Tivoli, città nemica dei romani.
Il santo approfittò della ricuperata libertà d'azione per fondare o riformare, con i discepoli più devoti, monasteri in Italia e nell'Istria, a Parenzo, ad esempio, dove soggiornò, procurando d'instaurare la vita eremitica. Anima missionaria, tentò persino l'evangelizzazione della Slavonia, della Russia e della Polonia con l'invio di ardimentosi discepoli che versarono il sangue per amore di Cristo. Col permesso del papa si mise egli stesso in cammino con due compagni per predicare il Vangelo in Ungheria, ma giunto in Carinzia fu colto da una violenta malattia. Era evidente che Dio voleva che svolgesse la sua missione in Italia perché ogni volta che tentava di rimettersi in viaggio per il paese di missione il male lo riprendeva inesorabilmente.
Romualdo pellegrinò a Monte Cassino, nel cui territorio fondò il monastero di Sant'Elena, e poi a Roma, dove convertì molti peccatori, operò miracoli e fondò conventi. In Romagna fondò il cenobio di Verghereto; a Ravenna, con l'aiuto di Ottone III, l'eremo del Pereo (1001); nell'Umbria l'eremo di Valdicastro, nei pressi di Fabriano; nelle Marche quello di Sassoferrato dove, contrariamente alla sua abitudine, soggiornò a lungo.
Un giovane signore dissoluto, che Romualdo aveva cercato di convertire, diffuse contro di lui calunnie infami. I religiosi, troppo creduli, lo condannarono a una rigorosa penitenza, dopo averlo scomunicato e avergli interdetto la celebrazione della Messa. Il santo sopportò con tanta umiltà l'indegno trattamento che fu rapito in estasi appena gli fu concesso di celebrare il divino sacrificio. Nell'eremo di Monte Sitria egli osservò un silenzio continuo, portò un rozzo cilicio e rifiutò qualsiasi sollievo corporale.
Era tanta l'ammirazione che Enrico II nutriva per Romualdo che nel primo viaggio (1004) da lui fatto in Italia come successore di Ottone III (†1002), andò a trovarlo per fargli dono del monastero di Abbadia San Salvatore, sulle pendici del monte Annata (Siena), con la raccomandazione che vi stabilisse religiosi formati alla sua scuola. Il santo vi risiedette per un certo tempo e fondò nei dintorni l'eremo di Vivo e più lontano quello di Vallebona. Quando mandava i suoi discepoli in missione, dava loro del pane e della frutta che aveva precedentemente benedetti. I malati ai quali i religiosi offrirono quegli alimenti sovente guarirono dalle loro infermità.
Un giorno, mentre il santo s'aggirava per l'Appennino in cerca di un luogo conveniente ai suoi solitari, s'addormentò presso una fontana e vide in sogno la scala di Giacobbe con una lunga fila di monaci biancovestiti che salivano verso Dio. In quel luogo, ricevuto in dono dal proprietario conte Maldolo, nel 1012 Romualdo fece costruire alcune celle attorno all'oratorio del SS. Salvatore, che il vescovo id Arezzo, Teobaldo, aveva consacrato. Camaldoli comprende adesso, come allora, il convento o cenobio di Fontebuono, e l'eremo a tre chilometri più oltre, in mezzo alla foresta. Ambedue i monasteri furono fondati da Romualdo non con l'intenzione di farne il centro di un nuovo Ordine, ma per proporre a un piccolo gruppo di ferventi una vita più austera di quella vissuta nei monasteri benedettini del tempo. Il particolare fervore di questi eremiti fece sì che il monastero estendesse il suo influsso sopra un numero sempre più grande di case religiose. Le prime costituzioni furono redatte verso il 1080 dal B. Roberto (†1089), 4° Priore generale dei Camaldolesi, che si basò sugli insegnamenti dati dal fondatore riguardo all'umiltà, all'obbedienza, al digiuno e al silenzio. Giuridicamente l'Ordine si costituì dapprima intorno a Camaldoli e poi a Fonte Avellana (Pesaro), che raggiunse grande splendore con S. Pier Damiani (†1072), principale biografo di Romualdo, suo maestro e padre.
Il santo, pieno di acciacchi e prostrato dai digiuni, sentendo approssimarsi la morte si trasferì in una celletta preso il monastero di Valdicastro, dove volò a Dio, come aveva previsto vent'anni prima, il 19-6-1027. Nessuno fu presente alla sua morte avvenuta a causa di una pleurite. Benedetto IX lo canonizzò verso il 1032. Le sue reliquie sono venerate dal 1481 a Fabriano nella chiesa di San Biagio.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 212-215
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