sant'Eugenio Mazenod Vescovo

Nato ad Aix in Provenza il 1° agosto 1782, Carlo Giuseppe Eugenio de Mazenod trascorse la sua gioventù in Italia, esule della rivoluzione francese. Tornò in patria dove viene ordinato sacerdote nel 1811. Nel 1816, fondò la Società dei missionari di Provenza che più tardi si chiameranno Oblati di Maria Immacolata. Fu nominato vicario della diocesi di Marsiglia e poi, nel 1837, vescovo. Morì il 21 maggio 1861, lasciando in testamento agli Oblati che lo circondava queste parole: «Praticate tra voi la carità, la carità, la carità e a al di fuori lo zelo per la salvezza delle anime». È stato proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 1995.

Il fondatore degli Oblati di Marini Immacolata, gigantesca figura di missionario e di vescovo, nacque il 1-8-1782 a Aix-en-Provence (Bouches-du-Rhòne), da Carlo Antonio, presidente della Corte dei Conti di Provenza, e da Rosa Eugenia Joannis. Sotto la guida dei pii e morigerati genitori, il santo fin dalla puerizia crebbe incline alla pietà e al soccorso dei poveri. Compì i primi studi nel collegio Borbone della città natale, retto dai Padri Dottrinari, e li continuò a Torino, nel Reale Collegio dei Nobili, affidato ai Barnabiti da Vittorio Amedeo III, perché il padre, di famiglia nobile, era stato costretto a rifugiarsi a Nizza (1790) dal tribuno Onorato G. Mirabeau.
Con l'incalzare della rivoluzione i de Mazenod cercarono un più sicuro rifugio a Venezia (1794), dove Carlo ebbe come precettori due dotti e santi sacerdoti, i fratelli Zinelli. Soprattutto alla scuola di Don Bartolo il santo crebbe lontano da ogni dissipazione e sentì il primo invito al sacerdozio. Il padre scriveva, contento di lui: "È fermo come una roccia e puro come un giglio". Con la caduta della repubblica veneta sotto il dominio della Francia (1797), la famiglia de Mazenod si trasferì prima a Napoli e poi a Palermo (1799). La vita piuttosto oziosa e mondana dell'aristocrazia locale e di quella profuga europea non giovò spiritualmente a Carlo, ma egli non si scordò dei saggi consigli ricevuti da Don Bartolo. I piaceri mondani continuarono a ispirargli un supremo disgusto.
Appena Napoleone I, proclamato imperatore dei francesi, abrogò le leggi contro gli emigrati e firmò la pace con l'Inghilterra (1802), Carlo raggiunse ad Aix la madre che vi si era trasferita da Napoli per salvare dalla confisca almeno una parte dei beni. Suo primo compito fu di adoperarsi per ricomporre la famiglia in Francia, ma non vi riuscì perché il padre e gli zii erano rimasti fedeli alla monarchia. A contatto della penosa situazione religiosa in cui versava la Francia in seguito alla rivoluzione, maturò il desiderio di farsi sacerdote. L'avvocato Giovanni Portalis, ministro degli interni e del culto, gli promise importanti cariche civili e politiche, ma egli non le accettò nonostante le sollecitazioni del cardinale G. B. Caprara, Legato di Pio VII.
Essendo figlio unico i parenti lo incitarono a sposarsi, ma egli, che aveva sempre sdegnato qualsiasi legame con le donne, rispose loro: "Non sarebbe una più grande fortuna per la nostra famiglia finire con un prete?". Anche la madre gli fu ostile, ma egli costantemente le oppose "la volontà di Dio, supremo padrone".
Nel 1808 Carlo entrò nel seminario di San Sulpizio, ristabilito a Parigi (1800) dal Rev. Giacomo Andrea Emery († 1811), di cui divenne il confidente nelle sue iniziative contro Napoleone I, Tradusse difatti in francese la bolla di scomunica lanciata da Pio VII contro l'imperatore, e alloggiò e soccorse segretamente diversi cardinali "neri". In seguito volle ricevere l'ordinazione sacerdotale ad Amiens (1811) da Mons. Demandolx, amico di famiglia, perché l'arcivescovo di Parigi, il cardinale Giovanni Maury, era un intruso. Il vescovo di Amiens gli offerse la carica di vicario generale della diocesi con diritto di successione, ma egli la ricusò preferendo un ministero oscuro agli occhi degli uomini.
Per un anno il de Mazenod rimase a insegnare nel seminario di San Sulpizio, poi iniziò la sua attività pastorale ad Aix (1813) nella chiesa della Maddalena. Essendosi proposto di non "aumentare il numero dei preti tiepidi e languenti", si diede, senza stipendio, alla cura delle anime più abbandonate, dei poveri vergognosi, dei malati, dei bambini della prima comunione. Benché provasse "una straordinaria ripugnanza a confessare le donne", anche a loro dedicò le proprie energie "per fare la volontà di Dio". Sua preoccupazione era di avvicinare le anime all'Eucaristia.
Alla sorella ripeteva sovente per aiutarla a superare le tentazioni della carne: "Occorre soprattutto andare ad attingere forze nelle sorgenti che ci sono date per questo, cio&eagrave; nei sacramenti della penitenza e dell'Eucaristia, e questo sovente e molto sovente, sì molto sovente. Comprendi? Molto sovente. Rigetta qualsiasi dottrina contraria".
Nello stesso anno in cui ritornò ad Aix il santo fu nominato cappellano delle prigioni. Approfittò del tempo che gli rimaneva libero per fondare una fiorente associazione di giovani liceisti alla testa dei quali il 7-2-1814 corse ad acclamare Pio VII, trasferito prigioniero con i cardinali neri da Fontainebleau a Savona. In quel tempo le sconfitte militari avevano costretto Napoleone I a dislocare i prigionieri di guerra nella Francia meridionale. La città di Aix rigurgitò di austriaci. Essendo morto il loro cappellano durante un'epidemia di tifo, il de Mazenod ne prese il posto. Nell'assistere giorno e notte i malati anche lui fu colpito dal morbo e passò tre mesi tra la vita e la morte.
Ricuperata la salute quasi per miracolo, il santo riprese con zelo il suo apostolato. Il 25-1-1816, con alcuni sacerdoti, tra cui il P. Tempier, fondò la Società dei Missionari di Provenza per l'evangelizzazione dei contadini e la predicazione delle missioni al popolo. Nell'estate del 1817 si recò a Parigi per trovare una protezione legale alla sua Società accanitamente perseguitata da giansenisti e gallicani. Non raggiunse il fine sperato, ma il 23 agosto fu informato che suo zio, Mons. Fortunato, era stato nominato vescovo di Marsiglia. Fra tutte le missioni da lui predicate, rimase famosa quella che tenne a Marsiglia nel 1820 con l'aiuto dei Missionari di Francia, fondati da G, B. Rauzan (11847) e da Carlo de Forbin-Janson († 1844), suo intimo amico.
La nomina di Fortunato de Mazenod alla sede di Marsiglia, ritardata per la non avvenuta ratifica del nuovo concordato con la Santa Sede, fu confermata da Pio VII il 13-1-1823. Nello stesso anno il santo fu nominato uno dei vicari generali della diocesi. Nell'importante carica coadiuvò in tutti i modi lo zio nella ricostruzione delle parrocchie, nella riforma delle istituzioni e nel ripristino della liturgia romana.
Nel frattempo la Società che il santo aveva istituito si diffuse anche fuori diocesi, motivo per cui fu necessario (1825) che i membri non si chiamassero più Missionari di Provenza, ma Oblati di S. Carlo Borromeo, e che il fondatore, incoraggiato soprattutto dal Ven. Carlo Domenico Albini, si recasse a Roma per chiedere l'approvazione dell'Istituto. L'ottenne il 17-2-1826, con l'aiuto dei cardinali che aveva soccorso a Parigi, da Leone XII, senza passare attraverso il tradizionale decreto di lode. D'ora in poi i membri della congregazione si sarebbero chiamati Missionari Oblati di Maria Immacolata.
Dopo essersi opposto per almeno cinque volte ad ogni proposta di elevazione all'episcopato, il 30-9-1832, in seguito alla richiesta di Mons. Fortunato, Gregorio XVI fece vescovo Carlo Eugenio de Mazenod in partibus di Nicosia e visitatore apostolico di Tunisi e Tripoli, pur restando vicario generale di Marsiglia. La nomina fatta dal papa senza il previo permesso del re Luigi Filippo, attirò sull'eletto le persecuzioni dell'anticlericale governo francese, che cominciò a presentarlo come agitatore politico. Poiché la Santa Sede continuò a difendere la nomina e l'operato del santo, il governo francese (1834) se ne vendicò privandolo della cittadinanza e costringendolo a ritirarsi a vita privata. La Santa Sede, nel timore d'imprevedibili complicazioni, dovette abbandonare mons. Carlo Eugenio de Mazenod dopo averlo strenuamente difeso, ma costui non esitò a dichiarare: "Il papa sarà ubbidito costi quello che costi, anche se mi schiacciasse come Giobbe sul suo letamaio".
Quando era stato assunto alla dignità episcopale aveva confidato al suo direttore spirituale, il P. Tempier, al quale rendeva conto di tutto: "Sono talmente conformato alla volontà di Dio che non c'è una fibra del mio essere che se ne scosti scientemente". Alla fine del 1835, per opera soprattutto del P. Ippolito Guibert, oblato e futuro cardinale arcivescovo di Parigi, Mons. De Mazenod fu ristabilito nei suoi diritti anche perché il re Luigi Filippo era venuto a trovarsi nella necessità di riavvicinarsi alla Chiesa.
Il 9-4-1837, a sua insaputa, il santo fu nominato successore di Mons. Fortunato nella sede di Marsiglia. Allora ripeté la preghiera: "Signore, tu lo sai, ho atteso questo giorno per farti questa richiesta: toglimi da questa terra se in qualsiasi cosa sono un ostacolo ai piani della tua Provvidenza".
Benché vescovo di una grande diocesi, Mons. de Mazenod fino alla morte rimase superiore generale della sua congregazione, alla quale impose con una sicurezza di giudizio e una forza di convinzione eccezionali l'adozione della dottrina di S. Alfonso M. de Liguor del tutto opposta ai principi giansenisti e gallicani ancora in voga. Ai suoi religiosi ripeteva sovente; "Per guadagnare il suo posto nella chiesa la nostra congregazione deve passare attraverso l'acqua e il fuoco: coraggio sempre, perché sempre siamo passati attraverso le spine". In ubbidienza alla S. Sede accettò le missioni all'estero benché disponesse ancora di un piccolo numero di sacerdoti. Commentò: "Roma lo desidera. Dio benedirà sicuramente i sacrifici che ci chiede". Pur mancando di operai e di altri mezzi necessari, egli scriveva: "Quando la volontà del Signore è chiaramente significata, un solo dovere ci resta; quello di una fiducia cieca nella sua Provvidenza". Dopo aver diffuso la congregazione in Svizzera (1830), in Corsica (1835), la stabilì anche in Inghilterra e nel Canada (1841), negli Stati Uniti (1843), a Ceylon (1847), nell'Africa del Sud (1850), e consacrò vescovi ben cinque dei suoi religiosi tra i quali Mons. Guibert e il Ven. Vitale Grandin († 1902), primo vescovo di S. Alberto (Edmonton) nel Canada.
Quando Pio IX, a causa della rivoluzione del 1848 fu costretto a riparare a Gaeta, Mons. de Mazenod diede ospitalità a Marsiglia al preposito generale della Compagnia di Gesù e alla vedova e ai figli dell'assassinato Pellegrino Rossi, e si distinse per il filiale attaccamento al Santo Padre per cui il 1-4-1851 ricevette il sacro pallio. Nel 1854 fu invitato a Roma per la definizione del dogma dell'Immacolata Concezione di Maria. In quell'occasione si oppose a coloro che intendevano ritardarne la proclamazione. Il 24-6-1856, in qualità di decano dei vescovi di Francia, fu nominato senatore dell'impero. Avendo Pio IX accettato di tenere a battesimo l'erede al trono di Napoleone III, tramite il suo cardinale Legato, l'imperatore aveva voluto testimoniare in questo modo la sua riconoscenza alla chiesa. Il santo intervenne una sola volta in senato per appoggiare le petizioni in favore degli stati pontifici, provenienti nella quasi totalità dalla diocesi di Marsiglia.
Il 26-8-1859 Mons. de Mazenod fu proposto ufficialmente dal governo francese al cardinalato per un logico svolgimento dei fatti.La nomina non venne effettuata perché Pio IX era obbligato a continue oscillazioni dall'irritante atteggiamento di Napoleone III. A costo di alienarsi definitivamente l'animo dell'imperatore Mons. de Mazenod non mutò per questo la sua linea di condotta. Pur avendo conosciuto tre rivoluzioni, pur essendo vissuto sotto ben sette regimi politici, non fu mai né il servitore ossequioso, né l'avversario sistematico della monarchia, della repubblica e dell'impero, ma solamente l'uomo, il prete, il religioso, il vescovo al servizio della Chiesa, del dovere e delle anime. Ignorava i sotterfugi della politica mondana. La più piccola menzogna ripugnava alla sua lealtà scrupolosa e delicata. Non soffriva di essere considerato un funzionario dello stato, "un subordinato all'amministrazione dei culti". Si considerava come l'economo di Dio, obbligato per un dovere di giustizia ad amministrare tutto per la sua gloria e per il sollievo dei poveri. Diceva di se stesso: "Sono l'uomo che fa di meno la sua volontà. Sono il servitore di tutti!". "Sono pronto a lasciarmi ridurre a pezzi per gl'interessi di Dio e la felicità eterna del prossimo". Nel 1848, in occasione di una sedizione, fu esortato alla fuga, ma egli scrisse: "Non occorrerebbe meno che le baionette per farmi fare un passo indietro. Il nostro posto è in mezzo alle nostre pecore".
Nelle polemiche del tempo Mons. de Mazenod non fece parte di gruppi determinati. Si permise la critica a metodi e a opinioni, come al tempo di Ugo Felicità Lamennais († 1854), ma non condannò mai nessuno, preoccupato com'era di rimanere fedele ad ogni costo e contro tutti alle decisioni della S. Sede per non fare perdere di vista i problemi più vitali della Chiesa. Per questo era richiesto di consigli da ogni ceto di persone e di direzione spirituali. Un vescovo, Mons. Berteaud, dopo un colloquio con il santo, non potè fare a meno di esclamare: "Ho visto Paolo!". P. Teodoro Comlalot, famoso predicatore, asseriva: "Il cuore di Mons. de Mazenod è grande come il mondo".
Per rigenerare la sua diocesi il santo curò in modo particolare la formazione dei sacerdoti che amò, difese e rese ammirevoli per zelo e pietà. Quando li ordinava non riusciva a trattenere le lacrime.
Con il loro aiuto costruì 22 chiese, tra cui la vastissima cattedrale e il santuario di N. S. della Guardia, e ne fece restaurare 48. Essendo dotato di una eccezionale oculatezza amministrativa, corroborata da una vita personale poverissima, da una grande fede e da un altissimo senso del dovere, secondo il servo di Dio Timon-David († 1891), apostolo della gioventù operaia e fondatore dei Religiosi del S. Cuore di Marsiglia, "in 37 anni di amministrazione fece l'opera di quindici secoli".
Mentre i vescovi francesi dell'ancien regime erano notevolmente contrari agli istituti religiosi, Mons. de Mazenod ne chiamò in diocesi ben 29 tra maschili e femminili, li aiutò e li protesse contro le persecuzioni del governo senza particolarismi. Con la loro collaborazione la diocesi di Marsiglia divenne una delle più importanti e prestigiose della Francia per l'organizzazione e le opere caritative iniziate. Da essi però richiese fedeltà alla regola, zelo e buon esempio. Solo la comunità dei Minimi di S. Francesco da Paola non prosperò. Il santo ne chiese al papa la soppressione scrivendo con estrema franchezza: "Non siamo assuefatti a vedere frati indolenti che non sanno fare altro che questuare, mangiare, dormire e andare a spasso".
Egli stesso dava a tutti i più sublimi esempi di virtù come vescovo e come religioso. Quando l'associazione degli adoratori fu stabilita in diocesi dall'Eymard, scrisse: "Vorrei passare la vita mia presso i santi tabernacoli". Coloro che lo conobbero sono concordi nel dire che "fu di una pietà straordinaria", "che faceva continuo ricorso alla preghiera" e che quando prendeva parte con il popolo all'adorazione perpetua "la sua preghiera era una vera predicazione". Malgrado l'eccesso delle sue occupazioni che lo costringevano talora a restare al tavolo di lavoro dalle 7 del mattino alle 18 della sera, tutti i giorni fu fedele alla recita del rosario intero e alla visita all'altare della Vergine SS. di cui celebrava le feste con grande solennità.
La considerazione della Passione del Signore lo spingeva a fare sovente l'esercizio della Via Crucis; a erigere croci sulle pubbliche piazze; a prendere parte a piedi nudi alle solenni processioni di penitenza con una croce in spalla e una corda al collo, secondo la consuetudine del tempo. Quando la massoneria cercò di fare scomparire dalle pubbliche piazze di Francia le croci, il santo dichiarò che quella del Calvario di Marsiglia sarebbe restata "anche se avesse dovuto morire per difenderla".
Da seminarista il de Mazenod aveva sempre provato un'invincibile ripugnanza per certe mortificazioni corporali; da vescovo trovò le sue delizie nell'uso frequente del cilicio, delle catenelle e dei flagelli. A mensa beveva soltanto un dito di vino al termine dei pasti e digiunava oltre che nei tempi stabiliti dalla Chiesa, tutti i venerdì dell'anno, tutti i mercoledì, i venerdì e i sabati dell'avvento e in una trentina di vigilie di feste e di anniversari. A chi gliene faceva le meraviglie rispondeva: "Dio mi ha dato una salute robusta, devo fare penitenza per le mie pecore". Di notte dormiva rivestito dell'abito religioso sopra un saccone di paglia. Soltanto alla fine della vita per ubbidienza fu costretto ad accettare un materasso. Per temperamento sentiva un irresistibile bisogno di dormire. Eppure, per poter attendere alle sue occupazioni, si prendeva a schiaffi quando il sonno l'opprimeva.
Considerava bagattelle tutto ciò che non gli serviva per raggiungere la vita eterna. Scrisse: "Ringrazio Dio di avermi dato lo spirito di distacco dalle ricchezze"; "disprezzo il denaro, non ne faccio caso per me"; "non sono mai più contento di quando mi manca qualche cosa". E si servì di tutto il denaro di cui dispose per costruire chiese, seminari, orfanotrofi, ospedali e monasteri.
Gregorio XVI disse che Mons. de Mazenod era "ardente come il pieno meriggio". Per domare il proprio temperamento impulsivo il santo s'imponeva dure penitenze, e proclamava di essere risolutissimo a mai "permettersi il minimo rallentamento". I testi dei processi canonici dicono però che "non aveva collera che per le offese di Dio, per gli scandali" e soprattutto per gli spettacoli immorali. Detestava il male di ogni specie. Nelle sue note intime appuntò: "Davvero, vorrei tutto sacrificare piuttosto di offendere il mio Padrone nella minima cosa! Mio Dio, non posso sopportare quest'idea. Preservami da una disgrazia che temo mille volte più della morte!". Nonostante tanta delicatezza di coscienza ebbe a subire calunnie d'immoralità da parte di un suo ex-cameriere che fu condannato in tribunale al massimo della pena per diffamazione. In mezzo a tante afflizioni il santo si limitava ad esclamare: "Mio Dio, tu sei il padrone". E per riacquistare il coraggio abbracciava il crocifisso, moltiplicava le giaculatorie, implorava "la dolce Maria", e pensava al paradiso che chiamava "il nostro capoluogo".
Per tutta la vita Mons. de Mazenod lavorò sempre ed esclusivamente per la salvezza sua e del suo gregge. La morte lo colse il 21-5-1861 in seguito ad un'operazione allo stomaco. Il medico che lo curò per cinque mesi attestò di lui: "Non ho mai visto un malato soffrire con tanta dignità!". Sul suo letto di morte il santo diceva: "La mia croce e il mio rosario, ecco le mie armi!". Pensando alla passione di Gesù sospirava: "Quando si è sulla croce occorre starci; è una grande grazia". Oppure: "Non voglio che una cosa, che si compia la santa volontà di Dio". Mentre stava per morire i marsigliesi dicevano: "Non avremo più un pastore simile". Nel testamento lasciò scritto per i suoi Oblati: "Praticate bene tra voi la carità, la carità, la carità, e al di fuori, lo zelo per la salute delle anime!".
Le spoglie mortali di Mons. de Mazenod dal 1897 sono venerate nella cattedrale di Marsiglia. Paolo VI ne riconobbe l'eroicità delle virtù nel 1971 e lo beatificò il 19-10-1975. Giovanni Paolo II lo canonizzò il 3-12-1995.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 257-265
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