sant'Ubaldo di Gubbio Vescovo

Appartenente alla nobile famiglia dei Baldassini, originaria della Germania. Ordinato sacerdote nel 1114, qualche anno più tardi Ubaldo veniva eletto priore della sua canonica, di cui riformò la disciplina e il costume. La fama del suo nome e delle sue virtù si era diffusa al di fuori della sua città, tanto che Perugia nel 1126 lo acclamò suo vescovo. Ubaldo però, schivo di tanto onore, si recò subito a Roma per chiedere al Papa Onorio II di essere esonerato da tale incarico, ottenendone grazia. Il vescovo Ubaldo governò la diocesi di Gubbio per 31 anni, durante i quali superò felicemente avversità ed ostacoli, riuscendo a piegare con la dolcezza i suoi nemici e ad ammansire gli avversari con la mitezza d'animo.

Ubaldo, della nobile famiglia feudale dei Baldassini, nacque verso il 1080 a Gubbio chiamata dagli storici "la reggia dell'Umbria" per la sontuosità dei suoi palazzi antichi. Rimasto presto orfano di entrambi i genitori, fu posto da suo zio nella collegiata di San Secondo per i primi studi e, quindi, in quella di Santa Maria a Mare a Fano, dove il giovane fece grandi progressi tanto nel sapere quanto nella vita spirituale. Poiché in lui apparivano evidenti i segni dell'inclinazione allo stato ecclesiastico, lo zio lo consigliò ad entrare tra i Canonici di San Mariano, la cattedrale di Gubbio. Ubaldo, non trovando presso di loro quel fervore che aveva desiderato, fece ben presto ritorno al suo bei San Secondo, dove la vita sacerdotale era meglio regolata.
Mentre Ubaldo conduceva nel chiostro una vita di preghiera, di studio e di penitenza, San Giovanni da Lodi, discepolo a Fonte Avellana di S. Pier Damiani, eletto vescovo di Gubbio (1104), vagheggiava la riforma del suo clero. Egli comprese che gli sarebbe stato di grande aiuto in quell'ardua impresa Ubaldo il quale accettò, nonostante la naturale ripugnanza, di ritornare tra i canonici della cattedrale. A lui più tardi sarebbe toccato portare a termine la riforma disciplinare appena intrapresa e interrotta per la morte del Santo pastore (†1105). Difatti, malgrado le proposte che gli furono fatte di riprendere la sua parte di eredità e di sposarsi, verso il 1114 chiese al vescovo di essere ordinato sacerdote. Tre anni dopo per l'esemplarità della sua vita fu nominato Priore del capitolo della cattedrale, nel quale si sforzò di introdurre regolarità di vita con l'aiuto di tre canonici, animati dal suo medesimo zelo.
Per meglio conoscere la Regola da introdurre nella sua Canonica, nel 1119 Ubaldo andò a passare tre mesi presso i Canonici Regolari di Santa Maria in Porto (Ravenna), famosi allora in tutta Italia per la santità di vita. Al suo ritorno, egli riuscì tra il 1120 e il 1122 a stabilire la regolare osservanza tra i Canonici della città. Sfortunatamente nel 1125 un incendio distrusse, con una buona parte di Gubbio, anche la cattedrale e la casa dei canonici. Nell'immane disastro il Santo vide come un invito del cielo a lasciare la sua carica per vivere nella solitudine. Scoraggiato, se ne fuggì difatti a Fonte Avellana con la segreta intenzione di divenirvi semplice monaco, ma il superiore, Pietro da Rimini, gli rimproverò dolcemente la sua diserzione. Ubaldo, dopo i primi restauri, fece allora ritorno a Gubbio, dove lavorò indefessamente per organizzare le opere di carità, condurre a termine la ricostruzione della casa dei canonici e della cattedrale e provvedere all'erezione di un ospedale. A Fonte Avellana ritornerà ogni tanto solamente per ritemprare lo spirito e prepararsi alla morte.
La fama della sua capacità organizzativa e delle sue straordinarie virtù si sparse ben presto per ogni dove. Nel 1126 il clero di Perugia scelse Ubaldo come proprio vescovo. Il Santo, che amava il nascondimento, ne rimase costernato. Senza far parola con alcuno fuggì prima in un romitorio, poi si recò con alcuni compagni a Roma per farsi esonerare dalla carica. Per quella volta il papa Onorio II lo accontentò, ma quando, due anni più tardi, andò a chiedergli, con i rappresentanti della chiesa eugubina, un successore al vescovo defunto, Stefano, il sommo pontefice lo nominò e consacrò egli stesso vescovo della sua città natale. A nulla valsero le umili proteste del Santo.
Il suo episcopato, durato trent'anni, fu provvidenziale per tutti i suoi concittadini, ma specialmente per i poveri, i nobili decaduti, le vedove, gli orfani, i malati che visitò e assistette di persona nell'ospedale e nelle famiglie. I suoi parenti, che speravano di trarre grandi vantaggi dalla nuova posizione, di lui, quando si videro delusi nelle loro aspettative, cominciarono a deriderlo, a insultarlo chiamandolo "figlio della storpia", "idolo battezzato", e "disonore della famiglia". Ad essi fecero coro i cattivi che si vedevano flagellati dal pulpito per i loro pessimi costumi, e persino certi ecclesiastici ripresi per il loro quieto vivere. Con fortezza e dolcezza nello stesso tempo, egli non desistette dallo stimolare nel clero lo zelo delle anime, l'impegno per il decoro del canto e delle funzioni sacre, il buon assetto delle chiese, tra la generale approvazione del popolo, che non mancò di dargli attestati di amore e di fedeltà.
Durante la sistemazione delle mura della città gli operai costruirono un acquedotto che andava a sfociare proprio nella sottostante vigna del vescovo, dei cui proventi egli si serviva per sostentare i bisognosi. Ubaldo fece notare al capomastro, con garbo, la maniera di modificare il tracciato di quello scolo d'acqua senza danno per nessuno, ma l'iracondo capomastro, invece di prendere in considerazione le buone ragioni di lui, gli si rivoltò con parole ingiuriose. Poi gli diede uno spintone che lo fece cadere in una buca di calce viva. Il vescovo se ne ritornò in episcopio senza fare rimostranze, ma appena il popolo conobbe raffronto da lui patito, insorse minaccioso e propose che, all'insolente, fossero confiscati i beni e decretato l'esilio. Ubaldo, quando seppe che il suo aggressore era stato arrestato, avocò a sé il di lui giudizio. Il reo si dichiarò disposto ad accettare qualsiasi pena, ma il vescovo paternamente gli disse: "Dammi il bacio di pace. Io prego soltanto che il Signore ti rimetta il fallo e tutti i tuoi peccati".
A Gubbio, come in tutte le città d'Italia, i guelfi e i ghibellini dividevano i membri di una stessa famiglia. Un giorno, in occasione della creazione del comune (1135-40), scoppiò tra le due fazioni una violenta lotta. Ubaldo s'interpose tra i contendenti, li scongiurò a non spargere sangue fraterno, ma inutilmente. Ricorse allora allo stratagemma, tanto semplice quanto ispirato, di gettarsi a terra tra i morti e i feriti dei due partiti. Un urlo raccapricciante si levò dalla moltitudine: "E stato ucciso il santo!". Alcuni fuggirono credendosi gli assassini del proprio pastore, altri accorsero per accertarsi di quanto era accaduto. Sedatesi il tumulto, il buon pastore si alzò lentamente tra lo stupore dei presenti, biasimò il loro odio e li esortò alla concordia. Le passioni furono assopite solo apparentemente. I guelfi, partigiani dell'autorità del papa, detentori del governo della città, decretarono l'esilio dei ghibellini, inquieti partigiani dell'imperatore di Germania. Non soddisfatti di questo, essi chiesero al vescovo che li scomunicasse, ma Ubaldo non accondiscese alle loro richieste considerando tutti suoi figli. Si limitò a pregare con i fedeli nelle chiese quando gli esuli, bramosi di vendetta, collegarono contro Gubbio undici città, capeggiate da Perugia. Benché inferiori di numero gli eugubini misero in fuga i nemici colti di sorpresa.
I ghibellini non perdettero la speranza di umiliare Gubbio guelfa. Credettero giunto il momento quando per la prima volta, scese in Italia Federico Barbarossa (1154) per farsi incoronare imperatore da Adriano IV a Roma. Il prepotente sovrano chiese anche a Gubbio un tributo esoso in denaro, pena la distruzione della città. I magistrati non trovarono altra via di salvezza che quella di fare ricorso all'influsso del loro santo pastore. Benché malaticcio, Ubaldo accettò di presentarsi con le autorità cittadine all'imperatore di ritorno in Germania, per indurlo a più miti consigli.
Contrariamente ad ogni aspettativa il Barbarossa si mostrò col vescovo di Gubbio, andato al suo incontro a Fossato, sulla via Flaminia, di una straordinaria cortesia. Lo ricevette infatti con grande onore, ritirò le sue richieste, gli offrì una tazza d'argento e gli fece riconsegnare un nipotino preso in ostaggio. È proprio vero che dai santi si sprigiona una forza arcana che seduce i cuori. Il popolo eugubino, che aveva seguito con ansia quella missione, accolse Ubaldo con gioia al ritorno, e non finì di benedire Iddio che gli aveva concesso in lui un padre e un protettore. Che Ubaldo fosse un santo i concittadini lo avevano costatato fin dai primi anni del suo episcopato. Tutti conoscevano gli strepitosi prodigi che di quando in quando operava a favore di ciechi, paralitici e indemoniati. Tutti sapevano che, adempiuti i doveri inerenti al suo ufficio, egli passava molte ore del giorno e della notte in preghiera fino a fare inquietare il sacrestano del duomo il quale, una volta, gli sbatté la porta in faccia, ferendolo gravemente alla fronte; che la sua mensa era molto parca; che sovente digiunava a pane e acqua; che il suo appartamento era povero e disadorno; che dormiva sopra delle assi e si copriva con una sola coperta alla quale aggiungeva la sua veste nelle stagioni più fredde; che non si accostava mai al fuoco; che indossava vestiti semplici e poveri.
Le continue sue penitenze erano aggravate dalle crescenti infermità e dagli acciacchi della vecchiaia. Due volte si ruppe una gamba, un'altra volta si slogò una spalla. Negli ultimi anni di vita il suo corpo fu coperto da numerose piaghe che lo costringevano a cambiarsi più volte il giorno. Non poteva adagiarsi da nessuna parte. Per prendere un po' di riposo si faceva portare due sedie sulle quali si distendeva senza mai fare un lamento. Il quotidiano martirio durò vari anni. Egli che aveva provato tanta compassione per i malati fino a chiedere a Dio il dono dei miracoli per guarirli dalle loro infermità, mostrò la più grande conformità al divino volere nel sopportare i propri mali.
Il popolo versò calde lacrime sulle sofferenze del suo santo pastore. Quando egli seppe che esso desiderava ardentemente vederlo celebrare la sua ultima Pasqua con la solita solennità, si sforzò di accontentarlo. Nell'omelia, che tenne con un accento insolito, ripeté il suo testamento spirituale: "Amate Iddio! Temetelo e servitelo santamente! La sua benedizione e la sua grazia siano sempre con voi!". Il sabato di Pentecoste, aggravandosi i suoi mali, i cittadini si recarono con ceri accesi all'abitazione di lui. Volevano assisterlo giorno e notte, volevano essergli vicini al momento della morte come figli attorno al padre. Furono dai familiari ammessi alla sua presenza. Molti gli baciarono allora le mani, altri gli chiesero la benedizione, altri si raccomandarono alle sue preghiere.
Ubaldo morì il 16-5-1160 senza dolori e senza spasimi dopo aver detto a quanti lo circondavano: "Rimanete in pace!". La sua salma fu esposta per quattro giorni nella cattedrale alla venerazione del popolo. Una folla strabocchevole accorse dai paesi vicini ai suoi funerali. Non pochi infermi, a contatto delle sue membra, furono sanati all'istante. Fu tanta l'affluenza dei fedeli alla sua tomba che, a fianco della cattedrale, fu necessario erigere un ospizio con il concorso dei canonici e di altre persone facoltose.
Celestino II canonizzò Ubaldo nel 1192. Due anni dopo, il corpo incorrotto del Santo fu traslato in cima al monte Ingino, vicino all'oratorio di S. Gervaso, che egli aveva prediletto in vita e nel quale si era recato ogni giorno a pregare. Il santuario di S. Ubaldo, patrono di Gubbio, officiato dai Frati Minori, era in origine una modesta cappella. Fu successivamente ampliato e abbellito per munificenza dei duchi di Urbino (1471) e dei suoi devoti (1917).

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 202-206.
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