san Pietro Nolasco Fondatore dei Mercedari

Un giorno, come inizio della sua divina missione, si recò in Catalogna a visitare la celebre abbazia benedettina di Montserrat, ove fin da tempi antichissimi sorgeva un santuario mariano. Sciolse il voto che aveva fatto, e poi si diresse a Valenza ancora sotto la dominazione dei saraceni per consacrare la sua vita al riscatto dei cristiani. Per liberarne il più gran numero possibile questuò presso i suoi migliori amici. La sua opera fu criticata da molti, ma egli, senza perdersi di coraggio, non cessava di ripetere che bramava di essere caricato delle loro catene e di vendere se stesso pur di ridonare ad essi la sospirata libertà.

S. Pietro, della nobile famiglia di Nolasco, nella Linguadoca (Francia), nacque verso il 1189 in un borgo dell'antica diocesi di Saint-Papoul (Aude). Ricevette nella casa paterna un'educazione conveniente alla sua condizione sociale e quando, a quindici anni, rimase orfano di padre, visse sotto la tutela della madre. Un giorno costei lo esortò a fare presto a sposarsi, ma il figlio le rispose che aveva scelto Dio come parte della sua eredità.
In quel tempo nella Francia meridionale imperversava la setta dei càtari o albigesi. Infetti di manicheismo, ammettevano un Dio buono, creatore degli spiriti perfetti, e un Dio malvagio, creatore delle cose terrene e imperfette. Condannavano il matrimonio, l'uso delle carni e del latte; vietavano la venerazione delle immagini; la costruzione di edifici sacri; rigettavano il magistero della Chiesa e interpretavano la scrittura secondo il proprio capriccio. Rappresentavano pure per la società un pericolo in quanto negavano ubbidienza alle autorità terrene, proibivano i giuramenti, la guerra, la pena di morte, ecc. L'apostolato di S. Domenico in mezzo a loro non fu decisivo perché si erano cattivati l'animo dei signori favorendone la cupidigia. Innocenzo III fu perciò costretto a bandire contro di loro una crociata (1209-1229), che ebbe inizio sotto la guida di Simone di Montfort con un'estrema asprezza. Anche il Nolasco si arruolò sotto la bandiera di lui, prese parte alla battaglia di Muret, sulla Garonna, contro Raimondo VI di Tolosa, potente protettore degli albigesi e il suo alleato, Pietro II d'Aragona, che vi trovò la morte. Il figlio di costui, Giacomo, fu fatto prigioniero, ma siccome non aveva che sedici anni, Simone pieno di compassione, lo affidò al Nolasco, che aveva allora venticinque anni, perché lo conducesse in Spagna alla corte di Giacomo I, re d'Aragona e ne avesse cura.
Al suo reale allievo il santo s'industriò d'instillare, più con l'esempio che con le parole, la pietà verso Dio, l'ubbidienza alla Chiesa e l'amor al prossimo. Visse lontano dai piaceri della corte dedito alla preghiera, alla penitenza e alla meditazione della Scrittura. Fu soprattutto di una grande liberalità verso i poveri. Per i cristiani caduti nelle mani dei saraceni che dominavano gran parte della Spagna fin dal secolo VIII, provò una tenera compassione onde prese la risoluzione di sacrificare i suoi beni per liberarli dalla schiavitù degli infedeli.
Un giorno, come inizio della sua divina missione, si recò in Catalogna a visitare la celebre abbazia benedettina di Montserrat, ove fin da tempi antichissimi sorgeva un santuario mariano. Sciolse il voto che aveva fatto, e poi si diresse a Valenza ancora sotto la dominazione dei saraceni per consacrare la sua vita al riscatto dei cristiani. Per liberarne il più gran numero possibile questuò presso i suoi migliori amici. La sua opera fu criticata da molti, ma egli, senza perdersi di coraggio, non cessava di ripetere che bramava di essere caricato delle loro catene e di vendere se stesso pur di ridonare ad essi la sospirata libertà.
Quanto fosse accetto a Dio quel suo desiderio lo comprese la notte del 1° agosto 1218, festa di S. Pietro in Vincoli. Gli apparve difatti la Vergine per comunicargli quanto suo Figlio gradiva la fondazione di una famiglia religiosa che si occupasse della redenzione degli schiavi. Con il permesso del vescovo di Barcellona, Berengario IV di Palau, cominciò subito a radunare attorno a sé una confraternita di discepoli poiché il canone 13 del Concilio IV del Laterano (1215) vietava la fondazione di nuovi ordini. Sotto la guida di S. Raimondo di Penafort, canonico della cattedrale, e l'aiuto economico di Giacomo I, re d'Aragona, l'associazione si consolidò così che il Nolasco fu in grado di ricevere con i suoi primi compagni, nel 1223 o meglio ancora forse nel 1228, dalle mani del vescovo e con l'approvazione orale di Onorio III, l'abito bianco e lo scapolare dell'Ordine di Maria SS. della Mercede. La culla della nuova famiglia fu l'ospedale di S. Eulalia che Giacomo I le aveva donato. Il re concesse pure a quegli ardimentosi religiosi lo stemma d'Aragona che portano ancora con la croce sull'abito bianco, simile a quello dei Domenicani.
I Mercedari, come i figli di S. Domenico, adottarono la regola di S. Agostino, alla quale furono aggiunte alcune semplici costituzioni. Il loro confessore S. Raimondo di Penafort ottenne nel 1235, durante la sua permanenza presso la Curia romana, la conferma dell'Ordine mediante una brevissima bolla di Gregorio IX. Il Nolasco stabilì che non solo tutti i beni e le attività dell'Istituto fossero dedicate alla liberazione e alla rieducazione morale degli schiavi, ma che "tutti i religiosi, come figli di vera ubbidienza, fossero lietamente disposti in ogni tempo a dare, se necessario, la propria vita, come Cristo la dette per noi" e che ogni religioso assumesse l'obbligo con un voto di rimanere egli stesso schiavo per liberare coloro che corressero pericolo di perdere la fede. Il suo religioso più illustre S. Raimondo Nonnato (†1240), rimase in Algeria prigioniero otto mesi per la redenzione degli schiavi e sopportò orribili sevizie.
Il numero delle vocazioni non tardò ad aumentare. Il santo le plasmò e le incitò a riscattare anche gli schiavi dei regni non cristiani. Gli addetti a queste più difficili missioni furono chiamati col nome di "redentori". Nel corso delle due prime spedizioni nei reami di Valenza e di Granada, occupate dai saraceni, Pietro Nolasco liberò 400 schiavi. Nei trent'anni che diresse l'Ordine e lo diffuse in Catalogna, Aragona, Valenza e nella Francia meridionale, egli si recò due volte nell'Africa del nord dove i mori conducevano gli schiavi, e vi liberò 890 prigionieri anche con pericolo della vita. Ben presto si aggregarono all'Ordine, come confratelli, famiglie e individui isolati che aiutavano il santo con donazioni, raccogliendo elemosine e prestando cure e assistenza ai liberati, agli infermi e ai pellegrini nelle infermerie dei conventi. Con gli stessi intenti sorse nel 1265, per opera di S. Maria di Cervellón, il second'Ordine femminile al quale fu imposta la clausura con la B. Marianna di Gesù (†1624) in ottemperanza ai decreti del Concilio di Trento.
L'Ordine ebbe da principio un carattere prevalentemente militare e, nel primo secolo di vita, quando i cavalieri mercedari prendevano parte alla liberazione della Spagna dai saraceni, fu retto da maestri generali laici. Dal 1317 a capo dell'Ordine fu posto un sacerdote. Da allora ci fu la separazione dei preti dai cavalieri laici. Il Nolasco nel 1248 si trovò a Siviglia con S. Ferdinando III, re di Castiglia e di Leon, il quale con la conquista della città riuscì ad isolare i mori nel regno, di Granada.
Quando S. Raimondo nel 1240 diede le dimissioni da Maestro Generale dei Domenicani, scrisse al suo penitente di non imitarne l'esempio. Il fondatore dei Mercedari lo ascoltò soltanto in parte perché ottenne che fosse eletto un vicario generale che lo secondasse per le visite alle varie case e le altre cure del governo. Sollevato in parte dalle sue occupazioni, egli poté darsi con rinnovato zelo ai più umili ministeri della comunità. Provava una viva consolazione a distribuire elemosine ai poveri alla porta del monastero perché poteva approfittare di quegl'incontri per esortare tutti alla pazienza e all'amor di Dio. Avendo fatto voto di verginità, conservò sempre una illibata castità. Praticò eroicamente la pazienza, l'umiltà, l'astinenza. È tradizione che fosse frequentemente visitato dall'angelo custode, dalla Vergine SS. e dal Signore stesso. Predisse a Giacomo I che avrebbe preso ai mori il regno di Valenza, il che si verificò realmente tra il 1231 e il 1238.
La fama delle imprese del Nolasco giunse alla corte di S. Luigi IX, re di Francia, il quale manifestò il desiderio di vederlo. Quando verso il 1243 egli fece un viaggio in Linguadoca, il Nolasco andò a visitarlo. Il sovrano gli comunicò i suoi disegni per la liberazione dei cristiani di Terra Santa; lo invitò a prendere parte alla prossima crociata, ma mentre il nostro santo stava facendo i preparativi per la partenza, fu colto da una grave malattia. Dovette limitare la sua cooperazione alla preghiera e allo scambio di lettere.
Aggravandosi il male, volle ricevere tutti i sacramenti. Chiamò quindi i suoi religiosi attorno al suo letto e disse loro: "Ho due grazie da chiedervi: l'una che mi perdoniate il cattivo esempio e la negligenza nel governo dell'Ordine; l'altra che eleggiate al mio posto un generale perché possa morire con il merito dell'ubbidienza". Gli fu concessa l'ultima soddisfazione. Morì nella notte del Natale 1256 dopo aver detto il versetto 9 del salmo 110: "Il Signore mandò a riscattare il suo popolo". Alessandro VII nel 1657 fece inserire il nome di S. Pietro Nolasco nel Martirologio romano e il suo ufficio nel Breviario universale, ma non fu mai canonizzato.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 355-358.
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