san Gottardo di Hildesheim Vescovo

L'intraprendente pastore (...) si mostrò subito molto vigile custode del gregge che gli era stato affidato, stabilì nel capitolo della cattedrale una perfetta disciplina canonica, fu assiduo al coro, parco e austero con se stesso, misericordioso con i peccatori pentiti, generoso con i poveri, sollecito verso i sofferenti. Il popolo lo accolse con gioia, il clero lo amò, i religiosi cercarono di imitarne gli esempi.

Gottardo o Godeardo, abate benedettino e vescovo, nacque da pii genitori nel 960 a Reichersdorf (Germania), nella diocesi di Passau (Baviera), al tempo dell'imperatore Ottone I e di S. Udalrico di Augusta (†973). S. Corrado di Costanza (†975), S. Volfango di Ratisbona (†994), S. Gebardo di Costanza (†995), S. Adalberto di Praga (†997), S. Willigis di Magonza (†1011), S. Enrico II, imperatore (†1024), S. Cunegonda, sua consorte (†1039), S. Bernardo o Bernwardo di Hildesheim (†1022), S. Simeone, recluso di Treviri (†1035).
Con l'età crebbe in Gottardo una spiccata tendenza allo studio al quale si dedicò, con successo, dopo avere superato una certa opposizione da parte dei genitori. Perché ne ricavasse maggior profitto, essi lo affidarono all'educazione dei monaci di Niederaltaich. Superiore del cenobio era Federico, vescovo di Salisburgo, il quale prese tanto a ben volere Gottardo per la virtù e i talenti, che per tre anni lo volle compagno dei suoi viaggi a Roma e attraverso l'impero. Nel 990 Gottardo diventò monaco, e visse con tale impegno la regola benedettina, che era stata ripristinata per volere dell'imperatore Ottone III a Niederaltaich, che i confratelli lo elessero prima loro priore e poi abate con il consenso di Enrico il Pio, duca di Baviera (996). Per otto anni, principale sua occupazione fu d'inculcare l'osservanza della nuova regola. Non trascurò neppure il lavoro manuale. Difatti fece costruire una chiesa in onore della Madonna sul monte Heligeresburg e disboscare un pezzo di foresta per utilità di coloro che l'avrebbero ufficiata.
Nel governo dell'impero ad Ottone III successe, nel 1002, S. Enrico II. Fu allora che Gottardo passò, come abate, a Tegernsee (Alta Baviera) per ristabilirvi la disciplina monastica. Di là riformò pure e diresse, dal 1005 al 1012, l'abbazia di Hersfeld (Prussia), fondata nel 744 da S. Sturmio, discepolo di S. Bonifacio, dove ai monaci veniva negato il necessario alla vita mentre il patrimonio dell'abbazia era dissipato in spese vane e inutili. Ne prese possesso in compagnia di S. Willigis, vescovo di Magonza, e con l'aiuto di Enrico II in sette anni riuscì a ristabilirvi la perfetta osservanza della regola benedettina. Prima di fare ritorno a Niederaltaich (1013), Goliardo riformò ancora, nell'alta Austria, l'abbazia di Kremsmùnster, fondata nel 777 da Tassilone III, duca di Baviera.
Il santo resse ancora per dieci anni l'abbazia di Niederaltaich, l'arricchì di libri preziosi e di sacre suppellettili, curò la santificazione e l'istruzione dei religiosi, diversi dei quali li mandò in vari monasteri come superiori e maestri, e si preparò alla morte con la preghiera e la penitenza. Tuttavia la sua missione non era ancora terminata. Un uomo dotato di tante virtù e capacità governativa non poteva restare nell'ombra. Enrico II, che lo apprezzava secondo il suo merito, alla morte di S. Bernwardo (1022), lo elesse a succedergli sulla cattedra di Hildesheim (Prussia) benché, per umiltà, egli non volesse accettare.
Alla santità l'intraprendente pastore aggiunse un'intensa operosità. Si mostrò subito molto vigile custode del gregge che gli era stato affidato, stabilì nel capitolo della cattedrale una perfetta disciplina canonica, fu assiduo al coro, parco e austero con se stesso, misericordioso con i peccatori pentiti, generoso con i poveri, sollecito verso i sofferenti. Il popolo lo accolse con gioia, il clero lo amò, i religiosi cercarono di imitarne gli esempi. Durante il suo episcopato costruì e consacrò più di trenta chiese, tra cui il duomo di Hildesheim, istituì una scuola di scrittura e di pittura, fondò l'ospizio dei Santi Michele e Maurizio. Non gli mancarono dei contrasti con Arihone (†1031), arcivescovo di Magonza, che lo aveva consacrato a motivo della famosa abbazia delle benedettine di Gandersheim, fondata nel 844 dal duca Lindulfo di Sassonia, su cui bramava estendere la giurisdizione. Con la protezione degli imperatori, Gottardo riuscì a fare prevalere i propri diritti.
Dio ricompensò lo zelo del santo pastore concedendogli il dono dei miracoli e della profezia. Durante la visita che egli fece a Huginhusen una vedova gli presentò un figlio paralitico e coperto di piaghe. Mosso a compassione, il santo lo prese con sé e in capo a un anno lo guarì completamente. Il graziato, in riconoscenza, volle rimanere al servizio del suo benefattore. Un'altra volta Gottardo guarì da un male agli occhi un bambino al quale aveva fatto da padrino nel battesimo. La mamma gli aveva chiesto aiuto, desolata, ed egli le aveva mandato alcuni fiori ricevuti in dono da un povero, dopo che li aveva benedetti. Al loro contatto, gli occhi del bambino tornarono sani. Un giorno, mentre era in viaggio per il concilio indetto a Magonza da Aribone, per la Pentecoste del 1023, e al quale doveva partecipare anche Enrico II, in un momento di sosta sotto una pianta con la sua comitiva, nei pressi del castello di Gruona, gli fu condotta davanti una indemoniata. Egli all'istante la liberò dal potere di satana, imponendole le mani sul capo e pregando.
Ad oriente di Hildesheim c'era un acquitrino dove la gente diceva di vedere e di udire cose paurose. Nel secondo anno di pontificato, Gottardo vi si recò con la croce e le reliquie di santi, vi costruì una piccola abitazione per sé e quindi una cappella in onore di S. Bartolomeo. Quando l'opera fu terminata nessuno più parlò di fantasmi. Accanto alla chiesa, il santo fece costruire l'ospizio per i poveri e i pellegrini e, al sacerdote che vi pose a custodia, diede l'ordine di somministrare vitto, vestito e alloggio a quanti bisognosi si presentavano. Nel fare le elemosine egli era molto avveduto. Anche allora c'era chi, invece di lavorare, preferiva sfruttare la carità dei buoni. Costoro, che chiamava "peripatetici", il santo li tratteneva con sé due o tre giorni, poi li pregava di riprendere il cammino dopo averli provvisti di scarpe e vestito. Ai familiari che lo rimproveravano di sospettare talora anche dei galantuomini, egli rispondeva con S. Girolamo: "I bugiardi fanno in modo che si creda poco anche a chi dice la verità".
Ad un santo e colto monaco, Tadilone, Gottardo soleva ripetere, quando lo incontrava: "O morirai insieme con me o poco prima". Un giorno il monaco si ammalò. Gottardo gli mandò a dire che ricevesse i sacramenti, gli promise che avrebbe pregato per lui e gli predisse che l'anno prossimo lo avrebbe raggiunto in cielo. Il monaco morì e le condizioni di salute del vescovo cominciarono a peggiorare. Non potendo più partecipare, come al solito, al coro, si dedicò alle sue pratiche preferite: il salterio, l'elemosina e l'astinenza. Il Natale del 1037 egli lo trascorse a Holtuisen dove attese con impazienza la quaresima che soleva chiamare "tempo estremamente salutare". La trascorse in digiuni e astinenze così rigidi da sembrare di non avere il corpo. Celebrò i riti della settimana santa con fatica, data la sua estrema debolezza. Visitò varie chiese per rivolgere l'ultimo saluto ai fedeli e dire loro che per l'Ascensione era invitato dove Dio voleva. "Noi - dice il suo biografo Volferio, canonico di Hildesheim - ridevamo di questo perché da molto tempo diceva che voleva ritirarsi in Baviera, e non si decideva mai". Dopo la domenica in albis, il santo si recò ad Adenstedt in compagnia del nipote, l'abate Ratmondo, per vedere a che punto era giunta la costruzione della chiesa. Colà fu colto da malore e trasportato in cella. A quanti lo andarono a trovare parlò della sua morte e dei suoi funerali come se già sapesse tutto. Poi aggiunse in tono profetico: "Ora andate a prepararvi spiritualmente alla festa dell'Ascensione. Io, la vigilia, andrò dal mio patrono Maurizio, vi passerò la notte e il giorno della festa. Poi, come vorrà il Signore, la mattina del venerdì mi recherò a San Michele per passarvi la notte con l'abate e gli altri religiosi. Il sabato andrò a Sant'Andrea a pregare e quindi sarò da voi e ci resterò per sempre. La domenica la passeremo con i frati e gli amici. Termineremo con gioia la festa".
Gottardo aveva al suo servizio Bunone, un giovane pittore bavarese, di buona famiglia, orfano di padre. All'inizio del 1038 gli aveva promesso che lo avrebbe portato con sé in patria. Durante la malattia gli ordinò di mettersi il vestito nuovo, ma egli non gli dette ascolto credendo che delirasse. Gottardo ordinò ai servi che glielo mettessero per forza. Quando glielo condussero dinanzi, Gottardo lo guardò a lungo, e poi gli disse: "Sappi che con codesta veste ti ammalerai". Nell'uscire dalla stanza il giovane si sentì invadere da così forti brividi che fu costretto a mettersi a letto. Il santo lo fece trasportare alla casa della mamma perché potesse prepararsi alla morte insieme a lui.
Gottardo, essendo peggiorato, fu trasferito nel monastero di Holtuisen perché potesse essere meglio assistito. Tra le molte persone che lo andarono a trovare ci fu pure Sofia, abbadessa di Gandersheim, la quale gli parlò di certe difficoltà sorte tra lei e il clero della sua chiesa. Il santo la pregò di sospendere ogni giudizio fino alla festa della Purificazione di Maria. Avendogli espresso il dubbio di trovarlo ancora in vita per quella data, Gottardo le rispose: "La vita e la morte sono nelle mani di Dio, ma vi posso assicurare che per la festa della Madonna saremo insieme e potremo trattare di questo argomento e di tutte le altre questioni che ci hanno diviso, alla presenza di un testimone veritiero". Sofia, molto impressionata, gli chiese perdono e si ritirò.
La vigilia dell'Ascensione, Gottardo fu portato sul monte di San Maurizio ad Hildesheim. Molta gente lo seguì ed egli, benché parlasse a stento, ebbe per tutti una parola di conforto. Chiese notizie di Bunone, e avendo saputo che le condizioni di lui erano disperate, gli mandò a dire di rallegrarsi perché era giunto il momento di andare con lui in paradiso. Il giorno dell'Ascensione, dopo la messa, i canonici salirono al capezzale del morente. Poiché videro che, non potendo più parlare, mormorava tra sé versetti di salmi, incaricarono quattro alunni delle scuole di recitare attorno al suo letto a voce alta e chiara il salterio da cima a fondo. L'agonizzante li udì e diede segno di seguirli con gioia. Verso mezzanotte i sacerdoti presenti cominciarono la recita del Mattutino. Mentre dicevano: Ascendo ad Patrem meum et Patrem vestrum, Gottardo si sollevò un poco sul letto e spirò. Era la notte del 4 maggio 1038.
Al suono delle campane che ne annunciavano la morte, Bunone supplicò Gottardo di non dimenticarsi della promessa fattagli. All'istante spirò. Tre giorni prima del 2 febbraio morì anche la badessa Sofia. La salma del vescovo fu portata il venerdì nella chiesa dell'abbazia di S. Michele, quindi nella chiesa di Sant'Andrea, come aveva predetto, e la domenica successiva ricevette nella cattedrale, da molti religiosi e religiose della Sassonia l'estremo saluto. Innocenzo II, mentre nel 1131 presiedeva il concilio di Reims, notificò al clero e al popolo di Hildesheim che Gottardo era stato elevato all'onore degli altari.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 63-67.
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