santi Filippo e Giacomo il Minore Apostoli

L'apostolo Filippo è probabile che pure fosse discepolo di Giovanni Battista. Fu comunque uno dei primi ad avvicinare Gesù. Filippo predicò il Vangelo prima nell'odierna Ucraina meridionale e poi nella Frigia. Sarebbe stato crocifisso col capo all'ingiù come S. Andrea a Gerapoli, capitale della regione. Pare che le sue reliquie siano state trasportate a Roma e composte con quelle di San Giacomo il Minore nella basilica dei Dodici Apostoli.
S. Giacomo era figlio di Alfeo e di Maria, cugina della S. Vergine. È detto il Minore per distinguerlo da Giacomo "il Maggiore", chiamato almeno 6 mesi prima di lui alla sequela di Gesù. Dopo l'Ascensione fu designato vescovo di Gerusalemme. Secondo lo storico Flavio Giuseppe, Giacomo il Minore fu martirizzato nella Pasqua del 62 dal sommo sacerdote Anano il Giovane.

L'apostolo Filippo, come i due fratelli Pietro e Andrea, era originario di Betsaida, villaggio di pescatori situato sulla riva del lago di Genezareth in Galilea. &Egeave; probabile che egli pure fosse discepolo di Giovanni Battista.
Fu comunque uno dei primi ad avvicinare Gesù, che aveva di certo già conosciuto tramite il suo conterraneo Andrea. Dopo che il Signore gli aveva detto semplicemente: "Seguimi!" fece subito un proselite. Avendo incontrato Natanaele, ovvero Bartolomeo, probabilmente alle porte di Cana, gli disse: "Abbiamo trovato colui del quale scrissero Mosè nella legge e i profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, nativo di Nazareth". Gli rispose sfiduciato Natanaele: "Da Nazareth può venire qualcosa di buono?", Filippo, forse di indole fredda e pratica, si limitò a esortarlo: "Vieni e vedi" (Giov. 1, 43-46).
I Sinottici ci danno di Filippo esclusivamente il nome, che figura al quinto posto nell'elenco degli Apostoli. Dal Vangelo di S. Giovanni invece sembra che godesse di una speciale fiducia da parte del Maestro divino. Al momento della prima moltiplicazione dei pani gli disse il Signore: "Dove compreremo il pane per far mangiare questa gente?". Questo lo diceva per provarlo, perché lui sapeva cosa stava per fare. Filippo gli rispose: "Duecento denari di pane non bastano neppure perché ne abbiano una briciola ciascuno". I 5.000 presenti furono sfamati con molto meno e cioè mediante cinque pani di orzo e due pesci che un ragazzetto aveva portato con sé (Giov. 6, 5-9).
Dopo il solenne ingresso di Gesù a Gerusalemme, alcuni greci, ovvero pagani passati al monoteismo, ma non ancora a tutti gli usi del giudaismo, si avvicinarono a Filippo e lo pregarono: "Signore, vorremmo vedere Gesù!". Filippo andò a dirlo ad Andrea, ed entrambi si presentarono a Gesù che rispose loro: "È venuta l'ora della glorificazione del Figlio dell'Uomo. In verità, in verità vi dico: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, resta esso solo; ma se muore porta molto frutto. Chi ama la sua vita la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo la custodirà per la vita eterna". (Ivi 12, 20-25).
Nel discorso che Gesù rivolse agli apostoli dopo l'ultima cena, Egli asserì di conoscere il Padre e di averlo visto. Non comprendendo quel linguaggio, Filippo osò chiedergli "Signore, mostraci il Padre e ci basta".
Gli rispose il Signore: "È tanto tempo che sto con voi e non mi hai conosciuto? Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre! E come dici tu: - Mostraci il Padre - ? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che vi dico, non le dico da me, ma il Padre fa le sue opere dimorando in me" (Giov 14,8-10). Il santo, come gli altri apostoli, avrebbe penetrato meglio il mistero trinitario soltanto alla discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.
Dopo l'Ascensione di Gesù al ciclo anche Filippo scelse una porzione del mondo greco-romano da guadagnare alla fede. L'interesse che il IV Vangelo dimostra per lui ha fatto supporre che egli fosse in modo particolare conosciuto dalle Chiese dell'Asia Minore per le quali soprattutto scriveva S. Giovanni. Secondo la tradizione Filippo predicò il Vangelo prima nella Scizia, l'odierna Ucraina meridionale e poi nella Frigia. Sarebbe stato crocifisso col capo all'ingiù come S. Andrea a Gerapoli, capitale della regione. Pare che le sue reliquie siano state trasportate a Roma e composte con quelle di San Giacomo il Minore nella basilica dei Dodici Apostoli, fatta erigere a tre navate con mosaici da Pelagio I (†561), in memoria della cacciata dei Goti.

S. Giacomo era figlio di Alfeo e di Maria, cugina della S. Vergine (Mc 15, 40) e, quindi, parente del Signore. È detto il Minore per distinguerlo da Giacomo "il Maggiore" più anziano di lui, chiamato almeno 6 mesi prima di lui alla sequela di Gesù. Era suo fratello l'apostolo Giuda Taddeo (Gd. 1,1) e, forse, anche l'apostolo Simone detto "lo Zelante" o "il Cananeo" e un certo Giuseppe (Mc 6, 3).
Soltanto negli Atti degli Apostoli Giacomo occupa una posizione di primo piano. Secondo S. Paolo fu favorito da Gesù risorto di una speciale apparizione (I Cor 15,17). Dopo l'Ascensione i suoi colleghi lo designarono vescovo di Gerusalemme dove, per trent'anni, godé sempre di una considerevole autorità. Quando S. Pietro fu liberato miracolosamente dal carcere, si recò nella casa di Maria, la madre di S. Marco, e dopo aver narrato in qual modo il Signore lo aveva condotto fuori della prigione, ordinò ai presenti prima di fuggire in un altro luogo; "Comunicate ciò a Giacomo e ai fratelli" (Atti 12, 17). S. Paolo, tre anni dopo la sua conversione e la missione ricevuta dal Signore, salì a Gerusalemme per far visita a Cefa. "Non vidi nessun altro apostolo, confessa egli, tranne Giacomo, fratello del Signore" (Gal 1,19).
Dopo quattordici anni Paolo vi salì un'altra volta per esporre ai notabili il Vangelo che predicava ai gentili. "Avendo riconosciuto la grazia che mi era stata elargita, confessa egli, Giacomo, Cefa e Giovanni, che sono considerati le colonne, porsero la destra a me e a Barnaba in segno di comunione" (Ivi 2,9). Zelante nella sua austerità per le osservanze della legge mosaica, S. Giacomo poteva essere dipinto dai giudaizzanti come avversario di Paolo (Ivi 2, 12), ma in realtà, prendendo nel concilio di Gerusalemme del 49-50 la parola in favore dell'apostolo delle genti, egli si mostrò assai condiscendente e largo di vedute riguardo ai pagani. "Io giudico, disse, che non bisogna inquietare quelli che si convertono a Dio dal gentilesimo, ma che si astengano dalle immondezze degli idoli, dalla fornicazione, dagli animali soffocati e dal sangue" (Atti 15, 19 s.). Nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme, S. Paolo si recò da Giacomo presso il quale si erano radunati tutti i presbiteri. "Egli raccontò una dopo l'altra le cose che Dio aveva compiuto tra i pagani mediante il suo ministero". Non poteva di certo il vescovo di Gerusalemme godere di tanta considerazione se non fosse stato uno dei Dodici, cioè un immediato discepolo del Signore.
Gli stessi giudei ebbero una grande venerazione per lui. Secondo Egesippo, uno dei più antichi scrittori cristiani, egli si conservò vergine. Nazireo, cioè consacrato a Dio fin dalla nascita, non si tagliò mai i capelli, non si rasò mai la barba, non fece mai uso di vino, di bagni, di olio per ungere le sue membra, non calzò sandali e usò soltanto vesti di lino. Le sue prostrazioni a terra nella preghiera erano così frequenti che la pelle delle sue ginocchia si era indurita come quella del cammello. La sua eminente santità gli valse il soprannome di "giusto" per eccellenza. Secondo lo storico Flavio Giuseppe, Giacomo il Minore fu martirizzato nella Pasqua del 62 dal sommo sacerdote Anano il Giovane nell'intervallo trascorso tra la morte del procuratore Festo e l'arrivo del successore Albino. Durante una sollevazione popolare istigata dagli scribi e farisei allarmati dal progresso che lo zelo di lui faceva compiere alla Chiesa di Gerusalemme, Giacomo fu precipitato dall'alto del Tempio. Il santo non morì in conseguenza di quella caduta. Anzi, in uno sforzo supremo, riuscì a mettere un ginocchio per terra e a invocare perdono per i suoi nemici. Dopo essere stato lapidato, un gualchieraio gli diede il colpo di grazia.
S. Giacomo ci ha lasciato in elegante stile una delle cosiddette epistole cattoliche perché inviata non ad una persona in particolare, ma alla comunità cristiana in generale. Essa fa parte degli scritti deuterocanonici della Bibbia. La lettera fu scritta dall'apostolo a Gerusalemme probabilmente prima del concilio e la diresse ai giudei convertiti, dispersi fra le nazioni pagane per confortarli nella fede e invitarli a camminare sempre sulla retta strada. Essa ha per lo più un tono di esortazione simile a quello dei libri sapienziali, specialmente i Proverbi e l'Ecclesiastico. Nella lettera è inutile cercare un ordine logico perché le riflessioni si susseguono a piccoli quadri come sgorgavano dal cuore dell'apostolo. Sostanzialmente egli dimostra che la vera gioia consiste nel sopportare tribolazioni, tentazioni e povert<à; la vera religione nel fuggire l'ambizione, nel fare il bene e nel frenare la lingua; la vera sapienza nel tenere a bada le passioni, nel disprezzare le ricchezze e nell'esercizio della pazienza.
I protestanti l'avversano perché S. Giacomo insegna chiaramente che la fede senza le opere è morta (Giac 2, 14-26). È stato detto che questa dottrina è in contrasto con l'insegnamento paolino sulla gratuità della giustificazione. Ma non si è avvertito che Paolo parla del compimento delle opere della legge mosaica che non sono assolutamente richieste per ottenere la giustificazione nel battesimo, bastando a ciò la sola fede nell'opera redentrice di Cristo, mentre Giacomo tratta delle opere successive alla giustificazione, da compiersi per rendere certa e definitiva la propria elezione.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 5, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 41-44.
http://www.edizionisegno.it/

santi Filippo e Giacomo il Minore