san Pietro Chanel Sacerdote e martire

Questo religioso della Società di Maria, primo martire dell'Oceania, nacque il 12-7-1803 a Cuet, nella diocesi di Belley (Francia), quinto dei nove figli di Claudio, contadino di professione. Pietro crebbe innocente e pio, alto e magro e anche eccessivamente sensibile. A sette anni fu incaricato dal padre della custodia del gregge. Frequentò la scuola soltanto saltuariamente d'inverno, a St-Didier, finché non poté trasferirsi (1814) presso una zia che abitava a Cras e prepararsi alla prima Comunione sotto la guida del sacerdote Trompier, che si sovraspendeva per l'istruzione cristiana dei fanciulli. Costui lo predilesse e lo fece abitare con sé per meglio istruirlo e formarlo alla virtù tant'era grande l'inclinazione che mostrava per lo studio. Fu in quel tempo che, alla lettura degli Annali della Propagazione della Fede, Pietro concepì il desiderio di darsi, un giorno, alla salvezza degl'infedeli.

Il santo non si stancava mai di stare in chiesa, tanto la Messa e la parola di Dio lo allettavano. Per rimanere il più possibile vicino all'altare aiutava volentieri il sacrestano a costo di rinunciare alla ricreazione. Verso i quindici anni fu tentato di abbandonare gli studi. Pregò la SS. Vergine e la sua vocazione fu salva. Quella vittoria segnò l'inizio della sua conversione. I piccoli seminari di Meximieux (1819) e di Belley (1823) lo annoverarono tra gli allievi più docili, disciplinati e studiosi, benché non possedesse uno straordinario ingegno. Un suo condiscepolo attestò: "Durante il passeggio egli sapeva sempre, con modi gentili, sospendere la conversazione per recitare l'Angelus, il rosario e altre preghiere alla Vergine". Un giorno, essendosi inavvertitamente fatto un taglio alla mano sinistra, intinse la penna nel proprio sangue e scrisse la risoluzione di "amare la Madonna e di farla amare da altri".

Pietro studiò la teologia nel seminario di Brou. Il pensiero delle missioni continuava a spronarlo. Per non rendersene indegno cercava di evitare anche una semplice curiosità, un piccolo motteggio, una leggera maldicenza, un sentimento di amor proprio. I superiori gli aveva affidato la cura della chiesa e della sacrestia, ed egli cercò di essere un altro Samuele nella casa del Signore. Meritò in tal modo di venire ordinato sacerdote da Mons. Devie (†1827), arcivescovo di Lione, da cui allora dipendeva Cuet, e di esercitare subito il ministero prima ad Ambérieux come vicario, poi a Crozet (1828), nelle vicinanze di Ginevra, come curato.

I parrocchiani restarono stupiti della maniera con cui sapeva attirare a sé i fanciulli, per istruirli nel catechismo; della dolcezza con cui trattava anche le persone degne di biasimo; della tenerezza con cui accoglieva i peccatori; delle elemosine che faceva ai poveri e ai malati. Essi corrisposero alle sue cure frequentando di più i sacramenti, aiutandolo ad abbellire la chiesa fatiscente, che avrebbe rifatta più bella se la rivoluzione del 1830 non glielo avesse impedito.

Per salvare le anime che gli erano state affidate, Pietro fu sollecito della propria santificazione, seguendo il regolamento che si era tracciato, in cui trovavano posto, ad ore determinate, gli esercizi di pietà, lo studio e la mortificazione. Digiunava ogni venerdì e la vigilia delle principali feste della Madonna. Si cingeva abitualmente i lombi con una cintura di ferro armata di acute punte. Era così avaro del tempo che, quando doveva recarsi a visitare qualche malato distante dal villaggio, per strada o leggeva o diceva il rosario. Il desiderio di recarsi ad evangelizzare gl'infedeli crebbe in lui ancora di più. Pensando alle fatiche dei missionari fu inteso più volte sospirare: "Che faccio io qui? Perché non sono con loro? Quando verrà dunque il giorno in cui potrò soffrire e, se occorre, anche morire per Gesù Cristo?".

Egli pensò che Dio richiedeva da lui un più grande spirito di sacrificio e, perciò, chiese di entrare nella Società di Maria che il P. Giovanni Claudio Colin (†1875) aveva fondato a Belley (1816) per l'educazione della gioventù, le missioni al popolo e l'evangelizzazione dei pagani. Nel piccolo seminario della Congregazione egli fu professore degli alunni e loro direttore spirituale. Le virtù e le capacità di Pietro non sfuggirono agli occhi del fondatore che, dopo un viaggio in Italia in sua compagnia, lo nominò superiore di Belly (1834) per potersi lui ritirare nella solitudine e scrivere le costituzione della sua famiglia religiosa. Gregorio XVI l'approvò definitivamente nel 1836 e le affidò una missione nell'Oceania occidentale. Il P. Chanel ottenne di recarvisi con altri sette confratelli. Nell'animo aveva un unico timore: di essere indegno della vocazione apostolica.

Il 7-11-1837 egli sbarcò, con Fratel Nizier. nell'isola di Futuna, piccolo arcipelago francese della Melanesia. che Mons. Giovanbattista Pompallier, cofondatore dei Maristi e primo Vicario Apostolico dell'Oceania occidentale, aveva affidato alle sue cure. Il re dell'isola, Niuliki, lo ricevette con deferenza, lo ospitò per un certo tempo nella propria capanna e poi gliene fece costruire una in cui poté celebrare i divini misteri quasi tutti i giorni. Il santo invitò per Natale anche il re e i suoi vicini a prendervi parte. Tutti rimasero colpiti da quello che videro. Non conoscendo ancora la lingua, P. Chanel diceva al suo confratello: "Poiché non possiamo fare amare Gesù Cristo con le nostre istruzioni, glorifichiamolo con la fedeltà alle nostre regole. Attireremo così delle grazie sui nostri cari indigeni. In una missione tanto difficile, occorre essere dei santi. Più avremo lo spirito di sacrificio, più otterremo successi nelle più disperate situazioni".

Con il suo Giornale, che il P. Colin gli aveva consigliato di scrivere a edificazione dei confratelli d'Europa, il missionario ci permette di seguirlo, dal 26-12-1837 al 22-4-1841, nelle sue fatiche ed escursioni, divorato sovente dalla febbre, con i piedi laceri e le gambe gonfie. Benché, per la perversità degli abitanti e l'ostinazione dei capi, egli abbia battezzato appena quarantacinque persone, quasi tutti fanciulli in pericolo di morte, e formato soltanto qualche catecumeno durante la sua permanenza nell'isola, tuttavia non risparmiò fatiche pur di spargere ovunque il seme della parola di Dio, a voce e con la traduzione delle preghiere nella lingua degli isolani, e di lavorare per la pacificazione degli indigeni, di frequente in guerra tra loro.

Il re e i capi di Futuna ricusavano di farsi cristiani perché temevano le vendette delle loro divinità. Il P. Chanel così scrisse al P. Convers nel 1840: "I nostri isolani sono persuasi che i loro dei discendano in certi uomini privilegiati, e che il maggiore fra di essi ha fissato in suo soggiorno nel re Niuliki. Questo buon principe, per darsi autorità, ha sempre coltivato un tale errore e rappresentato il suo dio come il più potente e più terribile. Così gli costa moltissimo adesso di dire al suo popolo che tutto ciò non era che inganno. Questo costituisce un grande ostacolo alla sua conversione". E concludeva dicendo: "Bussate alla porta del cuore di Maria e ne farete uscire uno sciame di missionari".

In previsione del peggio P. Chanel prese la risoluzione di lavorare con le sue mani le terre che il re gli aveva donato. Benché bruciato dal sole tropicale, affranto dalle fatiche, sovente quasi senza nulla da mangiare, egli tornava sempre sereno e allegro dal lavoro. I campi coltivati da lui con tanti sudori diedero abbondanti prodotti, ma gli isolani di notte andavano a portarglieli via con l'incoraggiamento del re il quale sperava di costringere così il missionario a ritirarsi dall'isola. Invece il santo, fidente in Dio, sopportò la prova. Se lo scoramento tentava di abbatterlo, per la resistenza degl'indigeni alla grazia, allora esclamava: "II momento della misericordia non è ancora giunto". Quando l'opposizione si faceva sentire più violenta, ripeteva pieno di fede: "La religione sta per fare un passo innanzi".

Al vedere il missionario correre da un villaggio all'altro per assistere i malati e predicare la parola di Dio nelle capanne, tanta gente si dichiarava disposta ad abbracciare la religione cattolica, ma il timore delle vendette del re li tratteneva. Un certo numero di giovani, disprezzando gli oggetti del loro culto superstizioso, si erano fatti ascrivere nel numero di catecumeni, ma le loro riunioni domenicali eccitavano l'indignazione del re e della sua parentela. Parecchi suggerirono che fossero fatti morire con il missionario. Il P. Chanel non cessò per questo di lavorare per la conversione anche del re, e di radunare attorno a sé i catecumeni più coraggiosi. Chi era sorpreso a fare il segno della croce o a mormorare qualche preghiera prima dei pasti veniva battuto. Una conversione stava particolarmente a cuore al santo: quella di Mitala, primogenito del re, perché con essa sperava di attirare alla fede tutti gli isolani. Costui si dichiarò effettivamente disposto ad abbracciare il cattolicesimo e molti indigeni si dichiararono pronti a seguirne l'esempio, ma Niuliki e sua moglie montarono su tutte le furie e diedero l'incarico al ministro Musumusu di sopprimere il P. Chanel. In quel tempo un male al piede costringeva il santo a starsene nella capanna. Il lunedì 26-4-1841 dovette, per giunta, mandare Fratel Nizier a visitare, nella parte opposta dell'isola, un malato e a battezzare i fanciulli che si trovavano in punto di morte. Sul fare del giorno del 28 aprile, Musumusu con altri fidati amici si recò nella capanna del missionario. In quel momento stava gettando del becchime ai polli. Avendogli costui chiesto un farmaco per curare una ferita, P. Chanel entrò in casa per darglielo. Nell'uscire dalla stanza con sua grande sorpresa vide che i sopravvenuti stavano facendo man bassa della sua roba ed egli protestò. Musumusu allora gridò: "Perché si tarda ad uccidere l'uomo?". Uno degli astanti brandì un mazza e fracassò il braccio che il P. Chanel aveva sollevato a protezione, esclamando: "Non fare questo! Non fare questo!". Un altro colpo glielo vibrò alla tempia sinistra.

Il Martire si limitò ad esclamare: "Benissimo!". Tuttavia cadde a terra soltanto quando un secondo uomo lo colpì con una lancia all'ascella del braccio destro. "La mia morte è un grande bene per me", disse ad un catecumeno accorso in suo aiuto. Non lo poté soccorrere come avrebbe voluto perché Musumusu gli conficcò nel capo una piccola accetta che aveva trovato sotto il letto di Fratel Nizier. Quasi nel medesimo istante in cui il P. Chanel spirò, si udì un rombo nel cielo sereno, seguito da violenta detonazione, che spaventò gl'indigeni.

Nel 1842 la salma del martire fu dissotterrata e portata a Lione nella casa madre dei Maristi. Due anni dopo tutti i Futuniani avevano ricevuto il battesimo. Leone XIII beatificò il P. Chanel il 17-11-1889 e Pio XII lo canonizzò il 19-6-1954. Nel 1977 le sue reliquie furono riportate a Futuna.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp.352-356.
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