san Pascasio Radberto Abate e vescovo

Questo abate benedettino, teologo e asceta, nacque verso la fine del secolo VIII probabilmente a Soissons (Aisne), Francia. Nel darlo alla luce la mamma morì, e Radberto sarebbe di certo perito quando fu esposto, secondo il pessimo costume del tempo, nel vestibolo del monastero di Nostra Signora di Soissons, e se le religiose, allora governate dall'abbadessa Teodrata, cugina germana di Carlo Magno, non l'avessero raccolto e provveduto del necessario sostentamento.

Radberto mostrò in seguito molta riconoscenza alle benefattrici dedicando loro diverse sue opere nelle quali egli le chiama "fiori della chiesa" e "onore dello Sposo divino". Per l'educazione e la formazione, l'abbadessa lo affidò alle cure dei monaci di San Pietro, presso i quali fece rapidi progressi tanto nelle scienze quanto nella pietà.

In un'età in cui poteva ancora comprendere la portata dell'impegno che si assumeva, il santo ricevette la tonsura, nella chiesa di Nostra Signora, alla presenza delle religiose. Tuttavia, invece di restare al servizio di quella chiesa, non sappiamo perché, egli preferì tornarsene nel mondo e condurvi una vita dissipata. Disingannato dai piaceri della carne, a ventidue anni, Radberto decise di abbandonare il mondo e di andare a farne penitenza nell'abbazia di Gorbia (Somme), governata allora da S. Adalardo (†826), fratello della sua benefattrice di Soissons, Teodrada.

Divenuto monaco, il penitente si diede allo studio e fece tali progressi nelle scienze che dopo poco tempo fu ritenuto capace di insegnare agli altri le lettere divine e umane. Fin d'allora si guadagnò una grande reputazione per l'eloquenza, la conoscenza che aveva dei Padri della Chiesa e delle Scritture. La scuola di Gorbia, per merito suo, crebbe in celebrità e numerosi furono i personaggi che, dopo gli studi fatti in essa, resero molti servizi alla Chiesa e alla patria. L'umiltà di Radberto uguagliava la sua riputazione. Egli non potè rifiutare il diaconato e l'incarico della spiegazione ai monaci del Vangelo della messa della domenica e delle feste, ma non volle ricevere il sacerdozio perché se ne riteneva indegno. Dedicava le ore, che il coro e gli uffici gli lasciavano libere, alla composizione dei libri, che hanno reso famoso il suo nome perché in essi riuscì ad essere più personale e originale degli studiosi suoi contemporanei. Soleva firmare le lettere: Pascasio Radberto, levita, la spazzatura di tutti i monaci. Il suo vero nome era Radberto ma, in conformità all'uso degli umanisti del tempo, parendogli troppo barbarico, gli aggiunse il soprannome Pascasio. Anche Alcuino di York (†804), artefice della rinascita carolingia, si chiamò Albino e Rabano, uno dei più fecondi scrittori del medioevo, si chiamò Mauro (†856).

Tanto sapere e tanta virtù guadagnarono a Radberto la stima e l'affetto dell'abate Adalardo e di suo fratello Wala. Negli affari più importanti, Radberto era loro consigliere e nei viaggi più impegnativi era loro compagno inseparabile. Nell'822 andò con loro nel ducato di Sassonia e prese parte alle trattative per la fondazione monastica di Nuova Gorbia presso Hóxter. Quattro anni più tardi fu delegato presso il re di Francia, Ludovico I il Pio, figlio di Cariomagno, per fagli accettare l'elezione di Wala ad abate di Gorbia, al posto del defunto fratello. Nell'831 prese parte all'assemblea in cui Pipino I, re d'Aquitania, e Luigi il Germanico, decisero la rovina di Bernardo, conte della Settimania (Gallia sud-occidentale), perché era favorito dall'imperatore loro padre, Ludovico I.

Lo stesso anno l'imperatore affidò a Radberto una missione in Sassonia, forse in occasione della predicazione che S. Oscar o Ansgario (1865), anche lui monaco di Gorbia, stava tenendo a Danesi, Svedesi e a Slavi del nord, di cui divenne arcivescovo con sede ad Amburgo e legato papale. Al ritorno apprese a Colonia che l'abate Wala era stato condannato all'esilio per la sua tenace opposizione all'adulterio dell'imperatrice Giuditta con Bernardo di Settimania. Nell'833 accompagnò Wala che, rientrato a Gorbia come semplice religioso, si disponeva a raggiungere Gregorio IV giunto in Francia per cercare di riconciliare Ludovico il Pio con i figli ribelli. Wala morì (836) abate del monastero di Bobbio (Piacenza) dopo aver esortato Radberto alla pratica delle virtù.

Nell'844 Radberto fu eletto abate di Gorbia benché fosse soltanto diacono. Egli uguagliò i suoi predecessori nella santità della vita e li sorpassò nella speculazione teologica se non nell'attività. I religiosi ammiravano in lui il metodo di governo, paterno e forte nello stesso tempo, l'uguaglianza di animo, il dono del discernimento degli spiriti. L'illustre abate prese parte al concilio di Parigi 18471. in cui l'imperatore Lotario I fece rimettere Ebbone sulla sede di Reims, da cui era stato cacciato per avere cooperato alla caduta di Ludovico il Pio, suo padre, nella lotta contro i figli insoddisfatti della divisione da lui fatta del regno. In quell'occasione Radberto si fece confermare dall'autorità ecclesiastica i diversi privilegi che erano stati accordati alla sua abbazia, da tutti ammirata e lodata per la regolarità dell'osservanza religiosa e l'intensità della vita spirituale che i monaci di essa conducevano.

Il santo prese pure parte nell'849 al concilio di Querzy-sur-Oise (Aisne) in cui Gotescalco, monaco di Orbais, nella diocesi di Soissons, fu condannato per la seconda volta e degradato per avere osato sostenere che Dio vuole la salvezza soltanto di alcuni uomini, da lui gratuitamente predestinati alla gloria indipendentemente da ogni considerazione di merito o demerito. Essendo poi andato a visitare a Bazoches, nel territorio di Soissons, la chiesa dei santi martiri Rufino e Valerio, fu pregato dagli abitanti di scriverne una vita che si presentasse in forma migliore di quella che circolava. Radberto si sobbarcò volentieri a quella fatica, persuaso, diceva "che la vita dei santi non deve essere meno preziosa delle loro reliquie, e che se si ha grande cura di avvolgere in ricche stoffe le loro sacre ossa, si devono pure narrare le loro azioni in uno stile nobile, ugualmente lontano dalla ricercatezza e dalla volgarità".

Dopo avere esercitato per sette anni la carica di abate, non sappiamo per quale motivo, Radberto si dimise dalle sue funzioni (851) e si ritirò nell'abbazia di Centula, fondata da St-Riquier (625) nella diocesi di Amiens (Somme). E probabile che si sia dimesso in seguito a discussioni sorte tra lui e il celebre teologo Ratramno, suo discepolo e maestro di Gotesclaco, riguardo al valore di certe espressioni relative all'Eucaristia o alla predestinazione. Non è da escludersi che le agitazioni siano state provocate da una minoranza turbolenta, impaziente dei rimproveri che l'abate era costretto a rivolgerle. Da due lettere di Lupo, amico del santo e abate di Ferrières (Loiret), deduciamo che un monaco indisciplinato di nome Ivo, cacciato dall'abbazia, era riuscito a farsi reintegrare rivolgendosi direttamente a Carlo il Calvo. C'è da pensare che questo religioso abbia tenuto in scacco l'autorità dell'abate e sia riuscito a creare un partito di ribelli.

Radberto, nonostante le insistenze dei religiosi rimastigli fedeli, per calmare l'agitazione, preferì pagare di persona autorizzando la comunità a dargli un successore. Nella solitudine di Centula egli poté riprendere con più ardore i lavori letterari interrotti per le preoccupazioni dell'amministrazione e comporne dei nuovi. Secondo le sue stesse espressioni "egli si gettò nelle braccia della filosofia e della sapienza cristiana perché lo nutrissero con il latte della Scrittura santa nell'autunno come avevano fatto nella primavera della vita".

L'opera più considerevole che egli portò a termine è il Commento a San Matteo in 12 libri, sintesi delle sue omelie e dei suoi corsi biblici nella scuola monastica. Tuttavia lo studio più fondamentale di lui è il Liber de corpore et sanguino Domini, prima monografia sintetica dell'Eucaristia, che scrisse per i monaci sassoni di Nuova Gorbia, su richiesta dell'abate Warin, e dedicata a Carlo il Calvo. In essa, per la prima volta, viene esposta in modo chiaro e vigoroso la dottrina della identità del Corpo di Cristo eucaristico con il suo corpo storico, benché sussista una differenza quanto al modo di essere. L'opera cagionò una controversia alla quale presero parte Ratramno, Rabano Mauro, Gotescalco e Giovanni Scoto Eriugena, rimasto a lungo a capo della scuola palatina alla corte di Carlo il Calvo.

Secondo Radberto, l'Eucaristia ci dona in modo spirituale e sacramentale lo stesso corpo di Cristo vivente, nato dalla Vergine Maria, immolato sul Calvario e risuscitato. Invece, secondo i suoi oppositori, l'Eucaristia non ci mette in contato precisamente con lo stesso corpo di Cristo, ma piuttosto con una virtù che di lui sarebbe come una emanazione o un prolungamento. Secondo Radberto, il Cristo storico è presente nell'Eucaristia in maniera immateriale per mutazione sostanziale. Egli fa propria la frase di Faust, vescovo di Riez (Provenza), del V secolo, molto vicina alla formula della "transustanziazione" stabilita da Innocenzo III nel IV Concilio Lateranense (XII ecumenico) nell'anno 1215. Essa dice: "Cristo, sacerdote invisibile, cambia queste creature visibili che sono il pane e il vino, nella sostanza del suo corpo e del suo sangue con la potenza della sua parola". E per quale motivo? Spiega il santo: per nutrire le anime dei giusti ed espiare per i peccatori, senza tuttavia soffrire di nuovo.

Quando la pace fu ristabilita a Gorbia, Radberto vi tornò come semplice monaco. Continuò ad unire la preghiera allo studio e a piangere incessantemente i propri peccati e quelli del prossimo. Per avere modo di compungersi più facilmente scrisse un Commento alle Lamentazioni di Geremia in cui deplora i disordini del tempo, gli scandali del clero e dei religiosi, le rovine cagionate dalle invasioni dei Normanni. Con il trattato De partu Virginis, contro Ratramno, difese la verginità fisiologica, anche nel parto, di Maria SS. Altri attribuiscono questo scritto a S. Idelfonso di Toledo (†669), discepolo di S. Isidoro di Siviglia.

Quando Radberto avvertì i prodromi della morte, riunì i confratelli, e benché lui avesse scritto la vita dei suoi maestri, Adalardo e Wala, li supplicò di lasciare la sua memoria nell'oblio. È questo il motivo per cui siamo privi di tanti particolari della sua vita. Fu pure esaudito il suo desiderio di essere seppellito nella chiesa di San Giovanni con i poveri e i servi dell'abbazia.

Morì il 26-4-865, giorno della festa di St-Requier verso il quale nutriva una particolare devozione. Le sue spoglie furono solennemente elevate nel 1073 dal vescovo Wito con il permesso di S. Gregorio VII, e trasferite nella chiesa principale di Gorbia, in cui ancora si trovano. In quell'occasione si verificarono dei miracoli. La diocesi di Soissons ne celebra la festa il 26 aprile, ma il suo nome non figura nel Martirologio Romano.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 326-330.
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