san Fedele da Sigmaringen Sacerdote e martire

II protomartire dell'Ordine dei Minori Cappuccini e della S. Congregazione di Propaganda Fide si chiamava Marco Roy, ed era nato il 1-10-1578 a Sigmaringen, nella Svevia (Germania), da Giovanni, albergatore e borgomastro della città che lo aveva lasciato orfano presto. Dopo gli studi umanistici, per le sue brillanti doti Marco fu inviato a Friburgo, in Brisgovia, dove si laureò in filosofia e respinse i primi assalti delle passioni, dandosi a grandi austerità.

Come precettore dei tre figli del Conte Stotzingen accettò di accompagnarli per sei anni (1604-1610) attraverso l'Italia, la Francia e la Spagna a condizione però che gli lasciassero il tempo necessario ai suoi esercizi di pietà. Sollecito com'era di visitare le chiese, di soccorrere i malati negli ospedali e beneficare i poveri, lasciò ovunque grandi esempi di virtù. Poco dopo il suo ritorno, si laureò in utroque iure (1611) e fu inviato come avvocato-consigliere della corte di giustizia austriaca a Ensisheim (Alta Alsazia) dove esercitò la magistratura con grande rettitudine. Il popolo lo considerava come "l'avvocato dei poveri". Egli, tuttavia, per il timore di commettere, in quella sua attività, qualche ingiustizia, si risolvette ad abbandonare il mondo e ad entrare tra i Cappuccini della provincia svizzera perché in essi trovava riuniti lo spirito di preghiera dei Certosini, lo zelo di S. Ignazio di Loyola per le anime, e la povertà di S. Francesco d'Assisi.
I suoi futuri superiori gli consigliarono di accedere prima agli ordini sacri, che egli ricevette dal vescovo di Costanza dopo aver ottenuto da Roma la dispensa dagli interstizi richiesti dai canoni. Il 4-10-1612 l'ex-magistrato andò a celebrare la Messa nel convento dei Cappuccini.
Subito dopo ricevette dal P. Guardiano l'abito dei novizi con il nome di Fedele. Suo fratello, Fra Apollinare, morto nel servizio degli appestati (+1629), lo aveva preceduto otto anni prima. Fin dall'inizio del noviziato niente poté rallentare Fra Fedele nel suo fervore; non le austerità più dure, non le osservanze più penose, non le umiliazioni più ripugnanti. Il demonio suscitò in lui dubbi riguardo alla propria vocazione, rappresentandogli il bene che avrebbe fatto nel mondo se vi fosse rimasto. Trovò la forza di perseverare, pregando con più fervore, manifestando le tentazioni al maestro di noviziato. Al fratello confidò che, dopo il suo ingresso nell'Ordine, non aveva mai cessato di chiedere a Dio la grazia di non commettere nessun peccato mortale e di morire per la fede. Per distaccarsi totalmente e per sempre dal mondo, con il permesso del superiore fece chiamare un notaio e lasciò i propri beni a una fondazione che assicurava ai giovani ecclesiastici i mezzi per continuare gli studi.
Ammesso a pieni voti alla professione, volle prima scrivere il suo testamento, in cui tra l'altro si legge: "Siccome il Vangelo e la mia regola mi ordinano di vendere tutti i miei beni e di distribuirli ai poveri, ho deciso di dare quanto possiedo ai bisognosi e di consacrare me stesso, con una professione solenne, eterna, irrevocabile, a Gesù Cristo che è il vero tesoro, la via sicura, la verità infallibile, e la vita eterna. E per imitare, perfettamente, il mio Salvatore, propongo con l'aiuto del Signore, di vivere costantemente in un estrema povertà, castità e ubbidienza, nelle sofferenze e nelle persecuzioni, in un'austera penitenza, una profonda umiltà, un sincero amore per tutto il restante della mia vita,.. Come sono uscito nudo dal seno di mia madre, così, spoglio di tutte le cose della terra, mi abbandono nudo tra le braccia di Gesù Cristo, mio Salvatore".
Da quel momento Fra Fedele visse distaccato da tutto, si considerò come l'ultimo dei fratelli e ritenne le più vili occupazioni come troppo onorevoli per sé. Durante gli studi di teologia a Costanza e a Frauenfeld, la devozione alla Vergine Maria gli parve il mezzo più adatto per progredire nella virtù, evitare la tiepidezza e il rilassamento. Fin dal 1617 si acquistò fama di illuminato confessore e valente oratore.
S'interessò presto dei protestanti, di cui si accattivò la fiducia evitando la polemica. Essi lo chiamavano infatti "l'angelo della pace". Quando terminò il corso di teologia egli fu nominato Guardiano di Rheinfelden (1618-1619), di Feldkirch (1619-1620), di Friburgo (1620-1621) e ancora di Feldkirch (1621-1622).
La predicazione continuò a costituire la sua occupazione principale, Per la salvezza dei fratelli avrebbe dato volentieri la vita. Nessuna fatica, nessun disagio lo scoraggiò mai. Prima di salire il pulpito faceva mezz'ora di meditazione davanti al SS. Sacramento. Poi biasimava, con coraggio, i disordini di tutte le categorie sociali, dal lusso delle donne alle ingiustizie dei magistrati, ricordando quasi sempre i novissimi e l'obbligo della penitenza per la salvezza eterna. Alla sua predicazione la città di Feldkirch si rinnovò completamente. Per impedire il ritorno dei disordini, Fra Fedele chiese al Senato che fossero pubblicati i regolamenti da lui preparati, e proibiti, con un editto, i libelli degli eretici. Egli stesso entrò animoso nelle librerie per dare alle fiamme gli scritti perniciosi che vi trovava. Quand'era libero dal ministero della predicazione riprendeva nella solitudine del chiostro gli esercizi della vita comune, lo studio della S. Scrittura e la composizione di opuscoli che sono andati smarriti, in difesa della fede, sull'esempio dell'apostolo del Chiablese, S. Francesco di Sales (+1622). Quando le truppe dell'imperatore, acquartierate nei dintorni di Feldkirch, furono decimate dal contagio, Fra Fedele uscì dal suo ritiro per visitare abitazioni, ospedali e prigioni e procurare medicine ai malati che ne erano rimasti privi. Dio ricompensò l'eroica carità del suo servo con dei miracoli.
Nella Svizzera e in modo speciale nei Grigioni, il protestantesimo continuava a pervertire i cattolici. Ignazio da Casnigo, cappuccino, che da Roma era stato inviato ad esaminare la situazione religiosa della Rezia, ne fece a Gregorio XV un rapporto tanto scoraggiale che il Papa decise di aprirvi una missione sotto la direzione dei cappuccini e la protezione dell'arciduca d'Austria. Fra Fedele, avendo chiesto di far parte di quella missione, fu inviato con otto confratelli presso i Grigioni, nel Pràtigau, i cui abitanti nel 1608 erano passati numerosi all'eresia e si erano persino ribellati alle autorità austriache. Dio rivelò, senza dubbio, al santo la sorte gloriosa che lo attendeva perché, agli abitanti di Feldkirch, dichiarò che non lo avrebbero più veduto, essendo chiamato a dare la vita per il Signore. Ai suoi compagni disse: "Andiamo, fratelli, dove la grazia di Dio ci chiama; la messe sospinge".
Il santo riportò subito grandi successi. In colloqui privati conquistò il conte Rodolfo di Salis, sapiente difensore del protestantesimo. Il suo esempio fu contagioso. I riformati, pieni di livore anche perché lo zelante missionario aveva provocato un editto di proscrizione del culto protestante e d'imposizione ai cattolici di frequentare l'istruzione religiosa, decisero di dargli la morte. Per scuotere il giogo austriaco convennero pure di provocare una sedizione. Il santo conobbe il loro progetto per divina rivelazione e ne fece avvertire le autorità del paese e prevenire un ufficiale dell'esercito. I Grigioni effettivamente sopraffecero le truppe dell'imperatore, s'impadronirono dei posti di difesa, profanarono le chiese e molestarono i cattolici. Fra Fedele allora pensò soltanto a disporsi alla morte passando notti intere dinanzi al SS. Sacramento o al Crocifisso e implorando dalla Vergine SS. di non essere abbandonato.
Il 24-4-1622 entrò a Grisch, grosso borgo in cui i Grigioni si erano trincerati. Fece la sua confessione al confratello che lo accompagnava, celebrò la Messa e salì sul pulpito. I cattolici attestarono di non averlo mai udito parlare con tanta unzione ed eloquenza come quella volta. Al termine della predica andò in estasi e Dio gli rivelò che, in quello stesso giorno, lo avrebbe coronato. Disceso dal pulpito, disse al confratello: "Restate qui a confessare; io vado a predicare a Seewis, dove i cattolici mi aspettano. Non ignoro quello che mi deve capitare. Addio! Pregate per me". Strada facendo incontrò un cattolico che gli domandò ove andasse con tanta precipitazione. Avutane risposta, esclamò: "E se gli eretici vi attaccheranno, che farete?". Gli rispose; "Farò quello che hanno fatto i martiri; come loro accetterò la morte con gioia, per amore di nostro Signore, e la riterrò come una grande grazia per me".
A Seewis, il santo esortò i cattolici a restare fedeli alle promesse del battesimo e a pregare per lui. Verso la fine della predica s'intese gridare: "Alle armi!". Erano le truppe dell'imperatore Ferdinando II che venivano a forzare i Grigioni nei loro luoghi. Costoro, persuasi che Fra Fedele avesse chiamato le milizie austriache, cominciarono a maltrattarlo. Ci fu persino chi gli sparò contro senza neppure ferirlo. Mentre stava per uscire di chiesa, un cattolico lo trattenne dicendogli: "Aspettate che la collera degli eretici si sia un po' calmata!". "Vi ringrazio della vostra carità, replicò il missionario, ma non inquietatevi a mio riguardo; io non temo la morte; da molto tempo ho fatto a Dio il sacrificio della mia vita.
Andiamo sotto la sua protezione e quella della sua santa Madre". Uscì, passò in mezzo ai soldati senza essere insultato, ma appena egli s'incamminò alla volta di Grisch, venti soldati eretici, guidati da un loro pastore, si precipitarono su di lui. Uno di essi gridò: "Sei dunque tu, disgraziato fanatico, che vuoi fare il profeta. Di' che hai mentito, o perirai di mano mia". Gli rispose con dolce fierezza il santo: "Io non ho insegnato che le verità eterne, la fede dei vostri padri. Io darei volentieri la mia vita perché voi la riconosciate!".
"Noi non siamo qui per ragionare - interloquì un altro. - Vuoi tu abbracciare la nostra religione o no?", "Sono stato mandato in mezzo a voi per illuminarvi e non per condividere i vostri errori". - "Renditi nostro prigioniero, altrimenti ne va la tua vita". "Io non temo la morte, io difendo le verità che hanno sostenuto i martiri, la mia causa è la loro, la loro sorte sarà la mia".
Un soldato lo colpì allora con la spada alla testa. Fra Fedele, stordito, cadde a terra. Appena riuscì a mettersi in ginocchio, stese le braccia in forma di croce e disse: "Perdona, mio Dio, perdona ai miei nemici accecati dalla passione; essi non sanno quello che fanno. Signore Gesù, abbi pietà di me. Maria, Madre di Gesù, assistimi". Fu colpito ancora con la spada alla testa, poi un violento colpo di mazza gli spaccò il cranio. Il martire cadde a terra in una pozza di sangue. Credendo che non fosse ancora morto, gli eretici lo trapassarono con parecchi colpi di spada. Era il 24-4-1622. Per tutto il giorno il corpo del martire restò esposto agli insulti degli eretici i quali gli staccarono la testa e la gamba sinistra dal tronco.
Poco tempo dopo il comandante dell'esercito austriaco riportò sui ribelli completa vittoria. I resti mortali di Fra Fedele furono sepolti nella chiesa di Seewis. Il ministro protestante, che aveva assistito al suo supplizio, si convertì.
Dopo il ristabilimento della pace i Cappuccini di Feldkirch reclamarono il corpo del loro antico guardiano. Il 13 ottobre dello stesso anno fu aperta la sua tomba. Il corpo del martire fu trovato intatto. La sua testa e la sua gamba sinistra furono portate a Feldkirch e il corpo nella cattedrale di Coira dove ancora riposa. Benedetto XIII lo beatificò il 12-3-1729 e Benedetto XIV lo canonizzò il 29-6-1746. Il metodo della sua vita spirituale è contenuto in Exercitia seraphicae devotionis, sua raccolta di preghiere e di esercizi di pietà.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 299-304.
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