sant'Anselmo d'Aosta Vescovo e dottore della Chiesa

È una gloria del Piemonte essendo nato ad Aosta da nobili e ricchi genitori verso il 1033. Sua madre, Ermemberga, era una perfetta madre di famiglia; suo padre, Gandolfo, viveva immerso nelle cose del secolo, ma era liberale al punto da passare per prodigo. Anselmo fin dalla sua infanzia sognò di raggiungere Dio. Nella sua semplicità riteneva che risiedesse sulla sommità delle montagne. Avido di sapere, fu posto a scuola presso un suo parente. Non essendo stato compreso dal brutale maestro, il fanciullo passò per una terribile crisi d'ipocondria. Per guarirlo occorse tutto il tatto e l'amorevolezza della mamma, la quale affidò poi ai benedettini d'Aosta l'educazione del figlio.

A quindici anni Anselmo sentì sbocciare in sé il desiderio di farsi monaco, ma il padre non ne volle sapere perché desiderava farlo erede delle sue sostanze, Le attrattive del mondo e le passioni prevalsero allora sul giovane, specialmente dopo la morte della madre, La salvezza gli verrà dalla sofferenza. Il padre, che morirà monaco, ad un certo momento lo prese in tale avversione, per tutto ciò che faceva di bene o di male, che Anselmo decise di abbandonare la famiglia e la patria in compagnia di un servo.

Dopo tre anni trascorsi parte in Borgogna, parte nella Francia centrale, si recò ad Avranches, in Normandia, dove udì parlare dell'abbazia del Bec e della sua scuola, fondata nel 1034 da Herluin, sire di Bonneville, Vi si recò per vedere il Priore, Lanfranco di Pavia, parlargli, restare presso di lui, come facevano tanti chierici attratti da tutte le parti dalla fama del suo sapere. I progressi che fece nello studio furono tanto sorprendenti che, lo stesso Lanfranco, prese a prediligerlo e a farsi coadiuvare da lui nell'insegnamento. Alla sua scuola, Anselmo sentì rinascere in sé il desiderio di farsi monaco. Non voleva, tuttavia, restare a Bec perché non poteva occupare una cattedra da cui fare sfoggio del suo sapere. Su quella esistente nel monastero dominava già, incontrastato, Lanfranco. Pensò a Cluny, me ne provò orrore perché là i monaci non attendevano allo studio. Si affacciò alla sua mente l'idea di farsi eremita oppure di ritornare in famiglia e vivere del suo patrimonio facendo del bene. La grazia trionfo ben presto dei vani sogni dell'uomo vecchio, In seguito al consiglio di Maurille, vescovo di Rouen, Anselmo propose di farsi benedettino a Bec per essere meno stimato di tutti, proposto a tutti per amor di Dio, d'ora in avanti unico oggetto della sua contemplazione e del suo studio.

Il santo aveva ventisette anni quando, nel 1060, entrò nel seminario del Bec. Dopo soli tre anni di regolare osservanza meriterà di succedere nella carica di Priore e di Direttore della scuola a Lanfranco, mandato dal fondatore Herluin, a governare l'abbazia di S. Stefano di Caen. Nonostante il moltiplicarsi delle responsabilità e degli uffici, il santo non trascurò di darsi sempre più a Dio e allo studio. Con le celesti speculazioni si preparava a risolvere le più oscure questioni rimaste fino allora insolute. Non bastandogli le ore del giorno per approfondire le Scritture e i Padri della Chiesa, egli trascorreva una parte della notte a pregare e a correggere manoscritti. Possiamo farci un'idea del uso insegnamento scorrendo gli opuscoli e i dialoghi da lui lasciati, qualcuno dei quali sono piccoli capolavori pedagogici e dogmatici.

S. Anselmo fu un grande speculativo, ma anche un grande direttore di anime. Per questo la fama del suo monastero si sparse ovunque e vi attirò una élite avida di scienza e di perfezione religiosa. Egli se ne occupava con cura speciale. Numerose delle sue 447 lettere ci mostrano quale arte possedesse per guadagnare i cuori, come sapesse adattarsi all'età di ciascuno e come contasse di più sull'affabilità che sulla durezza dei modi.

Alla morte dell'abate Herluin (26-8-1078) all'unanimità i confratelli designarono Anselmo a succedergli nella carica. Con l'acutezza dell'intelligenza, la straordinaria dolcezza di carattere e la santità della vita egli conseguì un immenso ascendente nel monastero e fuori. Le relazioni con Lanfranco, nominato arcivescovo di Canterbury nel 1070, e l'organizzazione della vita monastica in alcuni monasteri inglesi, lo costrinsero più di una volta a recarsi presso il venerato maestro, a farsi conoscere dalla nobiltà del paese e apprezzare dalla corte di Londra.

Nel 1076 il santo aveva pubblicato il Monologion per soddisfare il desiderio dei monaci, i quali gli avevano chiesto alcune meditazioni sull'essenza divina. Questa sua prima opera è un capolavoro per la densità e lucidità di pensiero intorno all'esistenza di Dio, ai suoi attributi e alla Trinità. Ad essa aveva fatto seguire il Proslogion, più celebre della precedente per il tanto discusso argomento da lui escogitato a dimostrazione dell'esistenza dell'Essere supremo in sostituzione dei lunghi ragionamenti del Monologion. "Dio è l'essere di cui non si può pensare il maggiore; il concetto di tale essere è nella nostra mente, ma tale essere deve esistere anche nella realtà, fuori della nostra mente, perché, se esistesse solo nella mente, se ne potrebbe pensare un altro maggiore, uno, cioè, che esistesse non solo nella mente, ma anche nella realtà fuori di essa" (capp. 2, 3).

La fama di Anselmo si diffuse ancora di più per tutta l'Europa. Egli era talmente venerato e amato in Inghilterra che il 6-3-1093, dal re Guglielmo II il Rosso fu eletto, in seguito alle pressioni dei vescovi, dei signori e di tutto il popolo, arcivescovo di Canterbury, vacante dalla morte di Lanfranco (11089). La sua resistenza fu tenace e inutile. Allora disse ai vescovi e ai nobili che l'accompagnavano con riferimento alle difficoltà d'intesa tra il re e il primate: "Voi volete soggiogare insieme un toro non domo e una povera pecora. Il toro trascinerà la pecora tra i rovi e la farà a pezzi senza che abbia servito a nulla. La vostra gioia si muterà in tristezza. Vedrete la chiesa di Canterbury ricadere nella vedovanza vivente il suo pastore. Nessuno di voi oserà resistere dopo di me e il re vi calpesterà a piacimento".

La situazione della Chiesa inglese effettivamente era triste assai in quel tempo per la simonia, la decadenza dei costumi e la coartazione delle libertà religiose da parte del re. Il programma di S. Anselmo fu quello di rimediare, nella scia della riforma di S. Gregorio VII (+1085), ai gravissimi mali. Non desta meraviglia quindi se, nel 1095, scoppiò tra il toro e la pecora un aspro conflitto per la questione del riconoscimento del papa Urbano II. Niente indusse l'arcivescovo a recedere dal suo proposito, neppure il consiglio e la rivolta dei vescovi meno intransigenti. Dopo molte difficoltà nel 1097 egli poté recarsi a Roma a consultare il papa stesso.

Urbano II lo ricevette con grandi manifestazioni di stima. Nel 1098 lo invitò al Concilio di Bari, radunato nella cripta della basilica di San Nicola, per ricondurre ali unità della Chiesa gli aderenti allo scisma di Michele Cerulario (+1058), allora numerosi nell'Italia meridionale. Nelle questioni discusse con gli scismatici, S. Anselmo apparve come il teologo dei latini. Confutò, difatti, vittoriosamente le obiezioni degli avversari contro la processione dello Spirito Santo. Nel 1099 prese parte al sinodo di Roma in cui furono rinnovati i decreti contro la simonia, il concubinato dei chierici e rinvestitura laica. Poi partì per Lione, ove fu costretto a trattenersi perché il re non gli permetteva di ritornare in sede. In Italia aveva ultimato il suo grande trattato sui Motivi dell'Incarnazione (Cur Deus homo); a Lione lo completò con un altro Sulla nascita verginale di Cristo e il peccato originale.

Nel 1110 Enrico Beauclerc successe al fratello Guglielmo, ucciso in una partita di caccia, sul trono d'Inghilterra. Desiderando avere l'arcivescovo di Canterbury tra i suoi sostenitori, gli mandò un messo a pregarlo di ritornare. Il nuovo re non aveva, però, nessuna intenzione di rinunciare allo spadroneggiamento sulla Chiesa, motivo per cui, nel 1103, il santo, inflessibile nella difesa dei suoi inalienabili diritti, dovette per la seconda volta andare in esilio a Roma. La situazione politica inglese tuttavia non permetteva al re di restare indefinitivamente in lotta con il primate.

Dopo ripetute trattative con Pasquale II, il sovrano rinunciò all'investitura dei feudi ecclesiastici accontentandosi solo dell'omaggio. Nel 1106 S. Anselmo poté ritornare nella sua sede e passarvi in pace e nell'intenso lavoro pastorale, gli ultimi anni di vita. "Non potendo più camminare, ci dice il suo segretario e biografo Edmaro, si faceva portare tutti i giorni all'oratorio per assistere alla Messa, perché nutriva una tenera devozione all'Eucaristia". Sul letto di morte provò solo il rimpianto di non aver avuto il tempo sufficiente per chiarire il problema dell'origine dell'anima. Morì il 29-4-1109 a Canterbury e fu sepolto nella cattedrale. Da Tours, Alessandro III nel 1163 commise a Tommaso Becket, arcivescovo della città e futuro martire, di procedere alla "elevazione" del suo corpo. S. Anselmo d'Aosta fu dichiarato Dottore della Chiesa da Clemente XI l'8-2-1720.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 269-273.
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