san Martino I Papa e martire

L'autore del Liber Pontificalis, contemporaneo di Martino I, non fornisce notizie sulla sua vita prima dell'elezione al pontificato. Sappiamo che era un diacono originario di Todi (Umbria) e che aveva esercitato l'ufficio di apocrisario a Costantinopoli. Aveva quindi potuto conoscere a fondo l'aspra controversia suscitata dall'eresia monotelita, sorta nell'Oriente cristiano all'inizio del secolo VII.

Contro il monofisismo di Eutiche era stata definita la dottrina dell'esistenza di due nature, la divina e l'umana, nell'unica persona del Verbo. Tuttavia, partendo dal falso principio che attività e volontà sono legate alla persona e non alla natura, ed essendo unica la persona di Cristo, alcuni conclusero che in lui v'è una sola attività e volontà (monotelismo). Alcuni giungevano al punto di asserire che nel Cristo la natura umana fosse inerte, quasi incapace di agire, mentre il solo principio attivo era la natura divina. Simili affermazioni erano contrarie al Tomo inviato da S. Leone I a S. Flaviano, patriarca di Costantinopoli, in cui asseriva: "Salva la proprietà di ciascuna natura e sostanza che si raccoglie in un'unica persona, fu assunta dalla maestà l'umiltà, dalla virtù l'infermità, dall'eternità la mortalità... Ognuna delle due forme opera ciò che ha di proprio in comunione con l'altra, operando cioè il Verbo ciò che è del Verbo, e la carne ciò che è della carne". I novatori temevano che, ammettendo in Cristo due volontà, esse fossero discordanti tra loro. La loro preoccupazione era inutile perché, essendo in Cristo unica la persona, la volontà umana non opera mai in contrasto con quella divina.

Sostenitore del monotelismo era Sergio, patriarca di Costantinopoli. Egli cercò di attrarre dalla sua parte papa Onorio I il quale, sfortunatamente, invece di approfondire la questione come la sua autorità richiedeva, ammise la formula dell'unica volontà di Cristo, riducendo la verità di fede ad una oziosa questione di grammatici e di disciplina. L'imperatore Eraclio promulgò allora l'Ectesi con cui imponeva il documento di Onorio I, che però morì senza aver conosciuto l'editto imperiale, sconfessato poi dal successore Severino. Quando papa Giovanni IV in un concilio romano (640) condannò il monotelismo e l'Ectesi che proibiva di parlare di una o due operazioni, per non ammettere due volontà in possibile conflitto tra loro, l'imperatore Costanzo II s'immischiò nella faccenda e pubblicò il Tipo in cui proibiva assolutamente di parlare di una o di due volontà, di una o due operazioni e ordinava di attenersi ai vecchi simboli.

Era impossibile assumere una posizione d'indifferenza davanti all'errore e alla verità, e Roma intervenne naturalmente con Martino I, successo a Teodoro I e consacrato audacemente papa dal clero romano il 5-7-649 prima del consenso di Costanzo II, per altro canonicamente non necessario.

Natura energica, carattere indomabile, Martino I aveva già avuto modo di misurarsi con Paolo, patriarca di Costantinopoli, monotelita, il quale aveva indotto Costanzo II a pubblicare il Tipo. Appena tre mesi dopo la sua elezione, il papa radunò a concilio nel patriarchio del Laterano, 105 vescovi i quali, in cinque sessioni, condannarono l'eresia monotelitica con i suoi autori e fautori e definirono la duplice volontà e operazione in Cristo. Gli atti del Concilio, con una lettera enciclica a tutte le chiese, furono inviati anche a Costanzo II, ma non al patriarca Paolo deposto e agli altri vescovi sostenitori dell'eresia.

L'imperatore reagì mandando in Italia, con il titolo di esarca, il suo cubiculario Olimpio e con le seguenti istruzioni: "Sarà tua gloria se in tutto il tuo governo farai accettare la dottrina del patriarca di Costantinopoli come noi l'abbiamo sanzionata nel Tipo, e farai sottoscrivere questa formula a tutti i vescovi e sacerdoti d'Italia. Gli esarchi Platone ed Euprassio ci hanno informato che Martino, un tempo apocrisario a Costantinopoli, si mostrava ostile al nostro decreto. Se trovi l'esercito ben disposto, fa arrestare Martino; e ordina che il nostro Tipo sia ricevuto da tutte le chiese. Se l'esercito ti sembra sospetto, attendi in silenzio finché potrai assicurarti della provincia e avere in mano soldati pronti a ubbidirti. Non dimenticarti che Roma e Ravenna devono essere le prime a ricevere il nostro decreto ortodosso". Olimpio lavorò per compiacere il suo signore, ma avendo incontrato una fiera resistenza, pensò di fare sopprimere il papa in Santa Maria Maggiore durante la distribuzione della Comunione. Anch'egli si accostò alla balaustra, insieme con lo scudiere al quale aveva dato l'ordine di assassinare Martino, ma quando questi gli fu vicino, lo scudiere rimase misteriosamente cieco, come affermò poi con giuramento. Olimpio, costatando che la mano di Dio era con il suo Vicario, si rappacificò con lui, abbandonò Roma e con l'esercito si recò in Sicilia per combattervi i saraceni.

Ignoriamo i particolari delle gesta di Martino dalla fine del 649 alla metà del 653. Sappiamo, però, che le chiese dei patriarchi d'Antiochia e di Gerusalemme dopo l'invasione dei persiani (614) subirono quella degli arabi musulmani (638). Dilaniate dalle discordie religiose, quelle cristianità decaddero miseramente. Martino I elesse allora suo vicario apostolico Giovanni, vescovo di Filadelfia, perché ristabilisse in quelle chiese le gerarchie. S. Sofronio, patriarca di Gerusalemme, campione dell'ortodossia, non aveva ancora avuto un successore.

A Costantinopoli, il monotelismo continuava ad essere ufficialmente patrocinato dagli imperatori. Fallita la maniera forte di Olimpo nel 649, essi vi fecero di nuovo ricorso nel 653 ordinando all'esarca di Ravenna, Teodoro Calliopa, di recarsi a Roma per arrestare Martino I. Il papa, malato, ricevette l'esarca disteso sul letto che aveva fatto portare dinanzi all'altare della basilica di Laterano. Il messo di Bisanzio s'impadronì della sua persona e pronunciò contro di lui una sentenza di deposizione sotto pretesto che si era mescolato a intrighi politici sia con Olimpio, ribellatesi all'imperatore, sia con gli arabi che avevano cominciato ad invadere la Sicilia. Per impedire inutili brutalità, Martino I non oppose resistenza, nella speranza che i romani gli sarebbero rimasti fedeli. Mentre veniva strappato dalla chiesa, il clero, che aveva intuito il movente ereticale di quella mossa, gridò: "Sia scomunicato chi dirà o crederà che papa Martino abbia mutato o sia per mutare un sol punto nella fede, e che fino alla morte non sarà costante nella fede ortodossa".

L'esarca fece finta di non capire. La notte del 19-6-653 ordinò al prigioniero di salire sopra una barca pronta alla riva del Tevere e alle sue spalle, per timore dei romani, fece chiudere le porte della città.

Il viaggio da Ostia a Costantinopoli si svolse molto lentamente, d'isola in isola, a causa di certo delle crociere saracene che già infestavano il Mediterraneo. Il papa era afflitto da una continua dissenteria e da una grande debolezza. In nessuna parte egli ebbe la soddisfazione di prendere a terra un po' di riposo, eccetto che a Nasso, dove fu lasciato quasi un anno. La nave gli servì da carcere. All'annuncio del suo arrivo ai diversi scali, sacerdoti e fedeli s'affrettavano a portargli dei doni, ma erano brutalmente allontanati dalle guardie.

Martino I giunse a Costantinopoli il 17-9-654. La plebaglia lo ingiuriò perché nemico dell'imperatore. Prima del processo fu rinchiuso per tre mesi in un carcere. Doroteo, già esarca in Sicilia, depose contro di lui: "Se avesse cinquanta teste, meriterebbe di perderle tutte per aver rovesciato egli solo e rovinato tutto l'Occidente, perché andava di concerto con Olimpio ed era nemico mortale dell'imperatore e dello stato". Fu accusato di aver chiamato i saraceni in Sicilia, ma egli rispose: "In Olimpio ho abbracciato il mio nemico personale perché pentito del suo delitto; ai saraceni ho dato denaro per riscattare i cristiani da voi lasciati senza difesa; come pontefice sostenni la fede contro il Tipo".

Il prefetto Troilo lo interruppe: "Tanto noi, quanto i romani, siamo tutti cristiani; tu solo sei l'eretico!". Martino replicò: "Se siete cristiani lo vedremo al tribunale di Dio". E avendo saputo che lo calunniavano di aver parlato male della Vergine soggiunse: "Ora desidererei che la mia lingua fosse di fuoco per scomunicare i bestemmiatori di Maria, madre del vero uomo e del vero Dio, Gesù Cristo; maledetto chi non la venera sopra ogni altra creatura, dopo Dio uno e trino".

Il sacellario ordinò che Martino I fosse portato in un pubblico cortile, tra una folla di curiosi, adagiato su di una sedia perché per la grande debolezza non si reggeva in piedi. Le guardie gli tolsero di dosso il pallio episcopale, e gli stracciarono la tunica da cima a fondo. Fu quindi caricato di catene e trascinato seminudo per la città come un malfattore. Rinchiuso in carcere, non riuscì a parlare fino a sera per il freddo insopportabile, benché pietose spose delle guardie lo avessero posto in un letto e coperto di panni caldi.

Il giorno seguente la farsa del processo, Costanzo II andò a visitare il patriarca Paolo, e gli narrò come aveva fatto trattare il Pontefice romano. Paolo ne rimase spaventato e si oppose a che fosse messo a morte. "Ohimè - esclamò - questo ancora doveva rendere più grave la mia condanna". Di lì a non molto morì e fu sostituito con il già deposto e scomunicato Pirro.

Svariati tentativi furono fatti per indurre Martino ad entrare in comunione con lui. L'intrepido martire rispose: "Quand'anche mi faceste a pezzi, non comunicherò mai con la chiesa di Costantinopoli".

Fu mandato in esilio il 26-3-655, giovedì santo, nel Chersoneso (Crimea), da dove scrisse due lettere ad un amico di Bisanzio in cui dolcemente si lamenta delle continue sue malattie, della mancanza di tutto, dell'abbandono in cui lo lasciavano i suoi amici e specialmente la Chiesa di Roma. Per essa soprattutto pregava Dio affinché, malgrado tutto, la conservasse nella fede ortodossa con il nuovo papa Eugenio I, che la governava a sua insaputa dal 10-8-654.

Morì il 13-4-656. Con Martino I fu esiliato pure nel Caucaso l'austerissimo cenobita S. Massimo il Confessore (663). Vilipeso, frustato in pubblico per aver strenuamente combattuto con il papa i monoteliti, gli furono tagliate la lingua e la mano destra, per cui presto morì. La salma di Martino I fu seppellita a Costantinopoli nella chiesa della Vergine di Blacherna. Tanto la Chiesa latina quanto la greca e la slava lo venerano come martire.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 4, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 187-191.
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