san Giovanni Bosco Sacerdote

Nel corso degli esercizi spirituali preparatori aveva proposto di "non far passeggiate se non per grave necessità, di occupare rigorosamente il tempo, di patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre per la salvezza delle anime, di attendere alla meditazione quotidiana e alla lettura spirituale, di visitare spesso il Santissimo e di prepararsi bene alla Santa Messa" Quando Don Bosco si recò a Castelnuovo per la sua prima Messa solenne, la mamma gli disse: "Sei prete! Celebri la Messa: da qui in avanti sei dunque più vicino a Gesù. Ricordati, però, che incominciare a celebrare, significa cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma poi costaterai che tua madre ti ha detto la verità... Da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime e non prenderti alcun pensiero di me".

Questo padre degli orfani e grande amico della gioventù nacque il 16-08-1815 in località Becchi, di Murialdo, frazione del comune di Castelnuovo d'Asti, paese natale di S. Giuseppe Cafasso. Sua madre, Margherita Occhiena, rimasta presto vedova, s'incaricò di educarlo alla sobrietà, al lavoro e alla preghiera. Giovanni, che possedeva un grande spirito d'osservazione e una eccellente memoria, cominciò presto a esercitare un vero apostolato tra i compagni facendo il giocoliere. A 9 anni il Signore gli rivelò in sogno la sua futura missione di educatore della gioventù. Avido d'istruirsi, egli si adattò a fare da servitorello a Don Giuseppe Calosso, cappellano di Murialdo, in ricompensa del vitto e delle lezioni che gli impartiva. Alla morte del maestro, a prezzo di grandi sacrifici, riuscì a continuare le scuole prima a Castelnuovo e quindi a Chieri con l'aiuto dei buoni. Oltre il greco e il latino, intraprendente com'era, Giovanni riuscì ad imparare pure, nel tempo libero, l'arte del sarto e del calzolaio, del fabbro e del falegname, del musico, del barbiere e perfino del caffettiere.
Di mano in mano che cresceva negli anni il Santo si sentiva sempre più attratto alla vita ritirata dal mondo. La mamma quando seppe che aveva deciso di farsi sacerdote, gli disse: "Se questa è la tua vocazione, seguila pure. Bada, però, di non far passi falsi e pensa solamente alla salvezza dell'anima tua. Io sono povera, ma non preoccuparti di me. Sappi, se tu diventassi ricco, io non verrei mai a visitarti". Era già stato accettato tra i francescani quando il Cafasso gli fece capire essere volontà di Dio che entrasse nel seminario di Chieri (1835), dove rimase fino a quando l'arcivescovo di Torino, Mons. Luigi Fransoni, lo ordinò sacerdote (1841). Nel corso degli esercizi spirituali preparatori aveva proposto di "non far passeggiate se non per grave necessità, di occupare rigorosamente il tempo, di patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre per la salvezza delle anime, di attendere alla meditazione quotidiana e alla lettura spirituale, di visitare spesso il Santissimo e di prepararsi bene alla Santa Messa".
Quando Don Bosco si recò a Castelnuovo per la sua prima Messa solenne, la mamma gli disse: "Sei prete! Celebri la Messa: da qui in avanti sei dunque più vicino a Gesù. Ricordati, però, che incominciare a celebrare, significa cominciare a patire. Non te ne accorgerai subito, ma poi costaterai che tua madre ti ha detto la verità... Da qui innanzi pensa solamente alla salute delle anime e non prenderti alcun pensiero di me". I primi mesi del suo sacerdozio Don Bosco li passò a Castelnuovo. Poi, in seguito al consiglio del Cafasso, frequentò a Torino i corsi di morale nel convitto ecclesiastico, che sorgeva presso la chiesa di San Francesco d'Assisi. Il suo santo direttore e professore lo iniziò oltre che alla visita dei poveri, dei malati e dei carcerati, all'assistenza spirituale dei giovani e degli operai residenti a Torino, lontani dalla famiglia. Sorse cosi l'Opera degli oratori festivi (1841).
La prima recluta fu Bartolomeo Garelli, maltrattato dal sacrestano di San Francesco d'Assisi perché non sapeva servire la Messa. L'orfano, analfabeta, non solo accolse la proposta di Don Bosco di frequentare le lezioni di catechismo per prepararsi alla prima Comunione, ma gli condusse altri ragazzi. "In poco tempo - scriverà il Santo nelle Memorie dell'Ospizio di San Francesco di Sales - mi trovai circondato da giovanotti ossequenti alle mie ammonizioni, tutti avviati al lavoro e il cui contegno potevo garantire. Rendevo ai genitori il figlio fuggito; vedevo altri, prima oziosi e vagabondi, collocati a padrone e laboriosi: gli usciti dal carcere diventavano modelli dei compagni; istruivo nella religione gli ignoranti nella fede".
Terminato il corso di teologia morale al convitto ecclesiastico, Don Bosco dovette uscirne. Tuttavia, per poter continuare ad occuparsi dei giovani che lo appassionavano tanto, accettò (1844) la carica di direttore spirituale dell'Ospedaletto Santa Filomena, popolato da bambine infelici, che sorgeva a Valdocco presso il "Rifugio" fondato dalla marchesa Giulia di Barolo (†1864) per le ragazze cadute e diretto dal teologo Luigi Borel (†1873). I locali messi a disposizione di Don Bosco furono insufficienti a contenere i suoi 300 ragazzi, motivo per cui dal luglio del 1845 all'aprile del 1846 cominciò il penoso periodo delle emigrazioni. Anziché scoraggiarsi, Don Bosco continuò a fare progetti per l'avvenire, misteriosamente guidato da sogni che si verificarono regolarmente nel corso della sua tribolata e laboriosa esistenza.
Il 5-04-1846 gli fu offerta in affitto la tettoia Pinardi, ed egli la fece trasformare in cappella. L'Oratorio, ormai dotato di una sede fissa, suscitò la gelosia dei parroci e l'opposizione del Vicario della città, ma fu protetto da Mons. Fransoni e beneficato da Carlo Alberto. La marchesa di Barolo avrebbe voluto che il suo cappellano si fosse dedicato esclusivamente alle Opere da lei istituite. Don Bosco, che si sentiva chiamato da Dio all'educazione della gioventù orfana e abbandonata, preferì trasferirsi con la madre in casa Pinardi. che comperò con il terreno adiacente, per dare inizio all'Oratorio quotidiano oltre che al festivo, basato sulla frequenza ai sacramenti, la messa e il catechismo.
In principio, per mancanza di posto, si limitò a ricoverare 7 fanciulli, che in un anno salirono a 50. Ad essi, mentre Mamma Margherita (†1856) apprestava il cibo e le vesti, Don Bosco procurava l'istruzione serale e il lavoro presso padroni, dopo avere stipulato con loro regolari contratti. Per questo Pio XII lo proclamò (1958) protettore dei giovani apprendisti d'Italia. Veramente, al dire di Pio XI che lo conobbe personalmente, "Dio gli aveva dato una larghezza di cuore come l'arena del lido marino". Ciò nonostante il governo liberale piemontese lo considerò un reazionario e un nemico della patria perché insegnava a stare col papa per la difesa dei diritti della Chiesa. Parecchie volte dovette comparire al palazzo di città perché si sospettava che congiurasse con i suoi giovani contro la sicurezza dello stato. Con la scusa di non sapersi adeguare allo spirito dei tempi, tanti suoi collaboratori si rifiutarono di aiutarlo. "Tutti mi abbandonano! - gemette allora Don Bosco - Ma ho ancora Dio con me. L'Opera non è mia, ma sua, ed Egli penserà perciò a farla progredire".
Nel 1851 nell'Oratorio vi erano già allievi interni, studenti e artigiani. Per essi il Santo abbozzò un piccolo regolamento, ideò una chiesetta dedicata a San Francesco di Sales, e un ospizio capace di 75 posti, con le scuole e i laboratori dei sarti e dei calzolai fino allora costretti ad andare a padrone. Dopo l'abbattimento della casa Pinardi e la costruzione di un secondo ospizio, Don Bosco poté allestire laboratori per falegnami ebanisti, tipografi e fabbri-meccanici, e prendersi cura anche degli aspiranti alla vita sacerdotale.
Dai suoi Oratori uscirà la bella schiera di 2.500 sacerdoti. Celebri tra tanti suoi allievi sono: il B. Luigi Guanella (†1915), fondatore dei Servi della Carità e delle Figlie della Divina Provvidenza; il B. Luigi Orione (†1940), fondatore dei Figli della Divina Provvidenza e delle Piccole Suore Missionarie della Carità; il B. Giuseppe Allamano, nipote di Don Cafasso, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata.
Per sostenere le opere intraprese e sfamare tante bocche, Don Bosco chiedeva a tutti a voce e per iscritto, organizzava lotterie e inondava l'Italia di circolari. Quando si trovò in strettezze, per i suoi giovani moltiplicò le ostie consacrate, le medaglie benedette, il pane, le castagne e le nocciole. Gli stessi nemici della Chiesa presero per questo a chiamarlo "il Santo e il taumaturgo di Valdocco". Egli soleva dire: "Il Signore mi ha mandato per i giovani... Quando un giovane entra all'Oratorio, il mio cuore esulta, perché vedo un'anima da salvare. Darei tutto per guadagnare il cuore dei giovani e cosi poterli regalare al Signore". Sentendosi amati, i giovani ebbero una sconfinata fiducia in lui, che divenne il loro più assiduo confessore fino a poche settimane prima della morte.
Don Bosco faceva almeno 2.000 prediche all'anno. Non aveva doti oratorie, era lento nel parlare, ma avvinceva i suoi giovani o i fedeli perché esponeva le comuni verità alla fede con unzione e chiarezza. Insisteva sempre molto sulla necessità di salvarsi l'anima evitando il peccato. "Quando vedo l'offesa di Dio - diceva - anche se mi trovassi di fronte ad un esercito, l'affronterei". Tre soprattutto furono gli amori che inculcò questo "cacciatore di anime" ai suoi Oratoriani: l'Eucarestia, Maria Ausiliatrice, il Papa. Naturalmente il bene che egli faceva urtava la suscettibilità del demonio il quale, per diversi anni, a cominciare dal 1847, gli disturbò le 5 ore di sonno notturno con rumori e fantasmi spaventosi.
Interrogato un giorno sul suo metodo educativo, il Santo rispose: "Sono sempre andato avanti come il Signore m'ispirava e le circostanze esigevano". Badando più alla pratica che alla teoria, egli educò migliaia di giovani cercando di prevenire in essi il male con la ragionevolezza, la religione e l'amore. Disse infatti al protestante lord Gladstone, il quale si meravigliava dei risultati da lui raggiunti negli Istituti: "Non conosco che due mezzi di educazione; la Comunione o il bastone; ho rinunciato al bastone e ho scelto la Comunione". Per non lasciare in ozio i giovani, al loro studio, al loro lavoro unì lo sport, le escursioni istruttive, l'istituzione di bande musicali e di teatrini. I frutti che ottenne furono meravigliosi. Tra i suoi giovani fiorirono degli emuli di Luigi Gonzaga quali S. Domenico Savio (†1857), Michele Magone (†1859) e Francesco Besucco (†1864) dei quali scrisse la vita.
Nei primi anni del suo apostolato Don Bosco, oltre che attendere all'educazione dei giovani, alla visita dei carcerati, all'assistenza dei moribondi, scrisse molte opere popolari in difesa delle verità della fede, messe in discussione dai Valdesi dopo che fu loro concessa la libertà di culto e di stampa (1848). Per controbattere i loro errori, nel 1853 lanciò le Letture Cattoliche in fascicoletti mensili. I protestanti, non riuscendo a farlo desistere né con le offerte di denaro, né con le minacce, più volte tentarono di sopprimerlo. Da questi e altri frequenti assalti di malviventi Don Bosco fu liberato da un cane misterioso, chiamato "il grigio", di cui ignorava la provenienza.
Per assicurare l'incremento e la continuità dell'opera sua, Don Bosco decise nel 1854 di dare inizio alla Società di San Francesco di Sales. Fu consigliato a questo passo da Mons. Fransoni; dal ministro Urbano Rattazzi, che gl'indicò il modo di sottrarla alla legge di soppressione; e soprattutto dal Cafasso (†1860) che per testamento gli lasciò "quanto era di sua proprietà per immobili attigui all'Oratorio, con l'aggiunta di L. 5.000, oltre al condono di qualsiasi debito". Egli formò quanti lo seguirono alla povertà, alla laboriosità, alla temperanza e alla. castità. Egli stesso non praticò lunghi digiuni e sanguinose discipline, ma una continua mortificazione dei sensi. Per le sue mani passarono milioni, eppure nei suoi frequenti viaggi - andò venti volte a Roma - prese sempre scompartimenti di terza classe.
Sullo scorcio del 1862 l'Oratorio aveva casa, chiesa, tutte le classi ginnasiali, le scuole professionali, la scuola di musica vocale e strumentale frequentate da circa 600 giovanotti interni, con scuole domenicali, diurne e serali per altrettanti giovani esterni, e una Società che ne assicurava l'avvenire. Pareva che l'Opera fosse giunta al suo pieno sviluppo, invece la Provvidenza le riservava un avvenire più lusinghiero.
Nel 1863 Don Bosco sentì il bisogno di aprire a Mirabello Monferrato un piccolo seminario per gli aspiranti alla vita salesiana, e l'anno successivo un altro a Lanzo. Per far fiorire le vocazioni in autunno soleva organizzare passeggiate nei dintorni dei Becchi. A Torino per il crescente numero dei giovani la chiesa di San Francesco di Sales era ormai diventata troppo piccola. Il Santo decise di erigerne una grandiosa a Maria Ausiliatrice. Soldi come al solito non ne aveva, ma per l'impresario la "parola di Don Bosco valeva più di qualunque cambiale". Da tutte le parti gli giunsero, difatti, numerose offerte di persone riconoscenti alla Madonna per le grazie ricevute. Quando fu consacrata (1868), egli potè a ragione esclamare: "L'Ausiliatrice si edificò la casa". Un religioso in quell'occasione gli aveva chiesto come fosse riuscito in imprese così colossali. Il Santo gli rispose: "Sappia che io non c'entro affatto. Quando l'Onnipotente vuole operare qualche meraviglia, si serve dello strumento più disadatto. Questo è appunto il caso mio. L'assicuro che se il Signore avesse trovato un sacerdote più meschino di me, lo avrebbe scelto quale strumento di tali opere...".
Grande ammiratore e sostenitore di Don Bosco fu Pio IX (†1878), in onore del quale il Santo volle costruire a Torino il tempio di S. Giovanni Evangelista per contrastare la propaganda dei Valdesi, scesi dalle vallate di Pinerolo. A nome del papa ebbe contatti con Vittorio Emanuele II e con insigni uomini politici del tempo, di modo che sia prima che dopo il 1870, poté fare da intermediario tanto per la nomina dei vescovi alle sedi vacanti quanto per il conclave in cui fu eletto papa Leone XIII. Questo pontefice amò molto Don Bosco. Fu lui che gli affidò la costruzione a Roma del tempio votivo nazionale al Sacro Cuore di Gesù sull'Esquilino. Per raccogliere offerte il Santo si recò più volte in Francia dove fu ricevuto in trionfo per gli strepitosi miracoli che operava. A Parigi le maggiori chiese furono insufficienti a contenere i fedeli desiderosi di vedere "il S.Vincenzo de' Paoli italiano". Lo stesso fenomeno si verificò quando visitò la Spagna (1886). Per vedere il taumaturgo la gente sali persino sui tetti delle case e sugli alberi. Accanto agli istituti salesiani fiorirono anche le case delle Figlie di Maria Ausiliatrice sotto la direzione di S. Maria Domenica Mazzarello (†1881). Nel 1872 Don Bosco aveva deciso di occuparsi anche dell'educazione delle fanciulle trasformando in congregazione l'associazione delle Figlie di Maria Immacolata, fondata a Mornese (Alessandria) da Don Domenico Pestarino. Anche le Figlie di Maria Ausiliatrice presero parte alle spedizioni missionarie dei Salesiani in Patagonia e nella Terra del Fuoco (Argentina) iniziate nel 1875. Ai partenti, capeggiati dal Cagliero, il fondatore aveva detto: "Cercate anime e non denari, ne onori, ne dignità. Prendetevi cura speciale dei malati, dei fanciulli, dei vecchi e dei poveri, così guadagnerete la benedizione di Dio e la benedizione umana. Raccomandate costantemente la devozione all'Ausiliatrice e a Gesù Sacramentato".
Per far conoscere meglio le opere del suoi figli e raccogliere offerte a sostegno di tutte le iniziative di bene, Don Bosco ai Salesiani aggiunse la Pia Unione dei Cooperatori viventi nelle proprie famiglie, per i quali ideò la stampa di un Bollettino (1877).
Per le continue fatiche sostenute Don Bosco si logorò presto la salute. A chi gli consigliava le ferie rispondeva: "Le nostre vacanze le faremo in Paradiso". Al medico che gli suggeriva riposo assoluto rispose: "è l'unico rimedio al quale non posso assoggettarmi". Durante l'ultima malattia raccomandò ai suoi figli; "Vogliatevi tutti bene come fratelli; aiutatevi e sopportatevi a vicenda, fraternamente. L'aiuto di Dio e dell'Ausiliatrice non vi mancherà... Raccomando la frequente Comunione e la devozione alla Madonna". A Don Bonetti, che gli stava accanto, disse: "Dirai ai giovani che li attendo tutti in Paradiso". Le sue ultime parole furono: "Sia fatta la volontà di Dio!".
Don Bosco morì il 31-01-1888 nella stanzetta che ancora si conserva a Torino, assistito da Don Cagliero e da Don Rua. Fu sepolto nel collegio di Valsalice. Pio XI lo beatificò il 2-02-1929 e lo canonizzò il 1-04-1934. Le sue reliquie furono traslate nella basilica di Maria Ausiliatrice. Alla sua morte i Salesiani contavano in Europa e in America 64 case con 863 religiosi professi e 276 novizi. Oggi sono circa 17.000 e si trovano in tutte le principali città del mondo.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 405-412.
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