Shoà  

Shoà è il termine ebraico (letteralmente "annientamento, devastazione") che designa la catastrofe consumatasi in Europa durante la seconda guerra mondiale e perpetrata dai nazisti che sterminarono 6 milioni di ebrei di cui 1 milione e mezzo di bambini. È errato indicare tale sciagura con il termine olocausto, in quanto gli olocausti erano i sacrifici "graditi al Signore" che venivano offerti al Tempio di Gerusalemme.
Questo tragico evento ha segnato profondamente sia la memoria del popolo ebraico che lo ha subito, sia quella della cultura europea di ispirazione cristiana che non ha saputo evitarlo. Per l'ebraismo la shoà (il suo nome-simbolo è Auschwitz) rimane infatti il momento del "silenzio": silenzio di Dio nei confronti del suo popolo, silenzio delle vittime alle quali è stata tolta la possibilità di vivere, silenzio di coloro che potevano intervenire per evitarla o attenuarla e non l'hanno fatto. Di fronte a questo silenzio l'ebraismo sta ripensando la sua identità e sta sviluppando una nuova riflessione su Dio. Per la cultura europea cristiana la shoà è la cifra di un fallimento epocale che costringe i cristiani a interrogarsi sulle proprie responsabilità nell'alimentare l'antisemitismo: come ha sottolineato J.B. Metz, dopo Auschwitz la teologia cristiana non può più essere la stessa. Per questa ragione un comitato internazionale (comprendente anche ebrei sopravvissuti), riunitosi nel 1947 a Seelisberg, ha elaborato un documento in dieci punti che ha orientato le scelte di tutte le Chiese, le quali, condannando più o meno esplicitamente l'antisemitismo come peccato contro Dio e contro gli uomini, si sono incamminate sulla strada del dialogo cristiano-ebraico. [Elena Bartolini]

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