Cilicio  
Cilicio

Il cilicio era una veste intessuta di peli di capra, ruvida e scomoda, che era in uso ai soldati dell'esercito Romano. Il termine proviene dal greco κιλíκιoν (kilíkion), ovvero della regione della Cilicia, l'odierno Sud della Turchia. Dai soldati romani il cilicio passò agli anacoreti cristiani, che erano soliti indossarlo sulla nuda pelle per fare penitenza e mortificare la carne. Restò in uso ai penitenti, ad alcuni pellegrini e come strumento di santificazione e purificazione in alcuni ordini o confraternite religiose.

Indica, per estensione, una cinghia uncinata o formata da una corda ruvida costellata di nodi, che viene stretta attorno alla vita o alla coscia in modo da provocare un dolore non estremo ma costante.

Uso del cilicio

Molti santi ne fecero uso nel corso dei secoli, ma essendo una pratica personale e nascosta è difficile dire quanto sia in uso, oggi come ieri. Secondo l'Opus Dei, anche «... un Papa modernissimo e innovatore, qual era Paolo VI, portava in talune occasioni il cilicio, come ha rivelato dopo la sua morte il segretario, monsignor Pasquale Macchi».

I membri Numerari dell'Opus Dei, laici in "celibato apostolico" inseriti nell'organizzazione della prelatura personale della Chiesa cattolica, insieme ai sacerdoti specifici, utilizzano abitualmente - per mortificare il proprio corpo e con esso il proprio spirito per "avvicinarsi al sacrificio di Cristo" - il cilicio, stretto in modo variabile in base alla "generosità" nell'offrire il proprio sacrificio. Recentemente anche la senatrice Paola Binetti ha confermato l'uso di questa pratica di mortificazione.

L'uso del cilicio come strumento di pura mortificazione della carne non è contemplato dalla Chiesa cattolica in quanto «...il corpo dell'uomo partecipa alla dignità di "immagine di Dio"» e quindi non deve essere maltrattato, ma considerato «...buono e degno di onore» (cf n. 364 Catechismo e Gaudium et spes, 14): tormentare il proprio corpo è «...contrario al giusto amore di sé ...all'amore del Dio vivente» (cf Catechismo, n. 2281 - suicidio -). L'uso di sacrifici personali e di privazioni volontarie è però concesso per recuperare la piena salute spirituale, per essere più vivo nello spirito e per irrobustire le proprie relazioni con Dio e con il prossimo. I Padri della Chiesa ne propongono in particolare tre: preghiera, elemosina, digiuno.

Possiamo citare san Francesco di Sales:

«La mancanza di misura nei digiuni, nelle flagellazioni, nell'uso del cilicio, nelle asprezze rende molte persone incapaci di consacrare gli anni migliori della vita ai servizi della carità; questo avvenne anche a San Bernardo che si pentì in seguito di aver abusato di penitenze troppo dure. [...] Anche noi siamo molto fragili di fronte alle tentazioni sia quando il nostro corpo è troppo pasciuto, come quando è troppo debole; nel primo caso è presuntuoso nel suo benessere, nell'altro è disperato nel suo malessere. (...) C'è chi fa fatica a digiunare, chi invece a servire gli ammalati, un altro a visitare i prigionieri, a confessare, a predicare, a consolare gli afflitti, a pregare ed altri esercizi simili: queste ultime fatiche valgono di più di quella del digiuno, perché, oltre a darci ugualmente il dominio sulla carne, in più ci offrono frutti molto più apprezzabili.»

«Se presa con moderazione, la disciplina dà meravigliosi risultati nel risvegliare il desiderio della devozione. Il cilicio domina potentemente il corpo, ma il suo uso abitualmente non è consigliabile agli sposati, alle persone di costituzione delicata, o a quelli che devono sopportare altre grosse fatiche. Tuttavia si può impiegare, volendo, nei giorni forti di penitenza, sempre che il confessore sia d'accordo.»

(Filotea, Introduzione alla vita devota)

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Cilicio