Asceti  

Gli asceti predicavano una forma di cristianesimo che esaltava l'aspetto dell'annullamento di sé in Dio. Per molto tempo il loro stile di vita venne considerato l'ideale cristiano dell'esistenza. Di certo l'ascetismo del cristianesimo primitivo affonda le proprie radici in forme della tradizione antica come lo stoicismo e l'essenzialismo ebraico, ma trova soprattutto la sua origine in esortazioni bibliche come quelle del Vangelo di Marco (8, 34-37: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua...»). Gli esempi più antichi ispirarono uomini e donne che già a partire dal II secolo scelsero di non sposarsi e di rinunciare a ogni loro bene, e viaggiando attraverso la Siria vissero in varie comunità cristiane. Erano detti monachoi (solitari, monaci). Il termine askesis (esercitare, allenare) è preso a prestito dal dominare il corpo e prepararlo per la vittoria (Prima lettera ai Corinzi 9, 24-27: «Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo...»; e Seconda lettera ai Corinzi 10, 3-4: «In realtà noi viviamo nella carne, ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze»).
Soprattutto dopo la fine delle persecuzioni (→ Elena e Costantino), quando non era più possibile la scelta del martirio come esempio estremo di imitazione di Cristo, la "tortura" dell'ascesi divenne l'ideale massimo a cui aspirare. Per essere degni del Regno di Dio occorreva spogliarsi dei propri beni, affrancarsi da ogni legame sociale e da ogni vincolo sessuale o matrimoniale. In Palestina, Siria ed Egitto si diffuse questo tipo di esistenza semplice ed essenziale, solitaria (come nel caso degli anacoreti, ossia coloro che si ritiravano in solitudine, o degli eremiti, che vivevano nel deserto) o in gruppi assai ristretti uniti da regole precise (i cenobiti che conducevano un'esistenza comune) che praticavano l'ascetismo nei claustra (luoghi chiusi e appartati). Questo modello di esistenza portò alla nascita dei monasteri - soprattutto in Egitto (→ Antonio abate) e in Grecia (→ Basilio il Grande), e da queste istituzioni si sarebbero sviluppati più tardi gli ordini monastici (→ monaci). In Occidente l'ascesi venne praticata per molto tempo nelle numerose isolette dinanzi alle coste spagnole, provenzali e italiane, sull'esempio di Onorato di Arles (400 ca.) e di Eucherio, più tardi divenuto vescovo di Lione, che dal 420 ca. rimase molti anni nell'isoletta di Leros dove scrisse lo splendido De laude eremi (Lode dell'eremo). Tutti gli asceti tendevano alla teleiosis, ossia la perfezione, la compiutezza o, in altre parole, la santità, e l'ascesi era lo strumento per raggiungerla. La perfezione consisteva nel saper combattere e vincere i vizi (spesso concretamente vissuti come "demoni") e praticare la virtù. Da questo punto di vista le antiche concezioni pessimistiche dell'esistenza ebbero sicuramente un ruolo nella nascita dell'ascetismo.
Le quantità di informazioni pervenuteci a proposito di asceti di sesso maschile potrebbero farci supporre che essi incarnassero più delle donne l'anima del movimento; ma fonti come le celebri collezioni di racconti di monaci, l'avvincente Apophthegmata Patrum (Sentenze dei Padri, IV-V secolo), e alcuni racconti su → san Gerolamo e la monaca spagnola Egeria, che nel IV secolo viaggiò nel Medio Oriente riportandone un resoconto, mostrano il contrario. Furono anzi per la maggior parte le donne che in comunità o in solitudine sperimentarono l'ascesi (→ vergini).
La più ammirata, spesso criticata, forma di ascesi era quella degli itineranti o gruppi ristretti di pellegrini. La loro somiglianza con Gesù, che non aveva «dove posare il capo» (Matteo 8, 20), si esplicitava soprattutto nell'assoluta povertà della loro esistenza e nel vagare senza posa (→ san Martino e → san Francesco sono esempi viventi di questo stile di vita; e ancora nel XVIII secolo il santo pellegrino Benoît-Joseph Labre). Tuttavia nei loro confronti vi era un senso di diffidenza, non ultimo per via della loro critica verso le forme istituzionali della Chiesa. Inoltre spesso si mescolavano a loro scrocconi e asociali.
Un'altra forma di religiosità biasimata e violentemente osteggiata da vescovi e sinodi - semplicemente perchè sospetta ma anche perchè si prestava a concreti abusi - era quella delle syneisacte o virgines subintroductae: coniugi che vivevano in completo ascetismo e che raggiungevano l'estasi attraverso la repressione del desiderio. Altrettanto aspre critiche suscitavano gli encratiti (continenti) che avevano la presunzione di ritenere la loro rigida ed esaltata scelta di vita un obbligo morale per tutti i cristiani (come per esempio il maestro siriaco Taziano, che nel 172 ca. venne bandito da Roma a causa delle sue posizioni estremistiche).
Per secoli l'ascetismo rimase un modello vivo e avvincente nella storia del cristianesimo. Sono noti molti monaci (nel 1000 ca. Romualdo di Camaldoli, Giovanni Gualberto e Stefano di Thiers; e nel XII secolo Silvestro Guzzolini di Osimo) e monache di clausura (Edigna di Puch, secondo la tradizione figlia di Enrico I di Francia, 1080 ca.) che scelsero spontaneamente la reclusione in piccole camere, all'interno o all'esterno di chiese e conventi che provvedevano al loro parco mantenimento (come nel caso di sorella Bertken, che nel XIII secolo visse 57 anni accanto alla Buurkerk di Utrecht). Alcuni ordini (→ monaci) basano ancora oggi le loro regole sugli ideali dei monaci di clausura (carmelitani, agostiniani, certosini).
Nelle raffigurazioni, gli asceti sono riconoscibili soprattutto dal loro abito logoro e dal loro aspetto trascurato e misero, dallo sfondo desolato alle loro spalle e da attributi distintivi come un libro, una lampada, una pietra, il teschio, la sferza, la stuoia di paglia o un tozzo di pane.

Nella letteratura

Oltre ai già menzionati Apophthegmata, ampie raccolte di vite di santi dediti all'ascetismo sono costituite dall'Historia Lausiaca di Palladio di Elenopoli (419-420 ca.), dalle edizioni secentesche arricchite da incisioni come le opere di Bolswert tratte dai soggetti di Abraham Bloemaert (Sylva anachoretica e Sacra eremus ascetarum, stampate nel 1612), e i testi dei fratelli Aegidius e Jan Sadeler (Oraculum anachoreticum e Solitudo sive vitae eremicolarum, ispirati a soggetti di Maerten de Vos, 1600; Solitudo sive vitae foeminarum anachoreticum, scritta insieme a Antoine Collaert e Theodoor Galle, 1609). Per il secolo successivo occorre citare Jean François de Villeforte, Vies des Pères des dèserts (1714) e l'anonima Leben der heilige Alväter (biografie con incisioni di Belling).

Fonte: Dizionario dei santi - Storia, letteratura, arte e musica - autore: Louis Goosen - editore: Bruno Mondadori - 2000